Continuare a parlare di rigore, e fare ancora la faccia feroce sui conti degli Stati e delle banche, suona oggi un po’ bizzarro di fronte allo scempio umano, sociale e economico e politico in cui versa l’Europa. L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

Stavolta è andata in scena “La morte del Cigno”: il discorso pronunciato dal governatore della Bundesbank Jens Weidmann all’ambasciata tedesca a Roma martedì scorso, dal titolo “Solidità e solidarietà nell’Unione europea”, segna l’epilogo della narrazione fiabesca contenuta nel saggio dei cinque presidenti, scritto con l’ambizione di “Completare l’Unione economica e monetaria europea”. Non solo non si parla più di sovranità condivisa, ma neppure sembra ferma l’ipotesi di un ministro delle Finanze europeo, che pure lo aveva visto comprimario Weidmann in un duetto alla “Romeo e Giulietta”, messo in scena insieme all’omologo della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, ai primi di marzo scorso. Un pezzo alla volta, tutto si è sfarinato nel giro di pochi mesi.

Come si conviene a un passo d’addio, l’esibizione in pubblico di chi si è cimentato in un corso di danza intanto si giudica come si mettono i piedi sul palcoscenico, da fermi: qui già si barcolla, se è vero che nel discorso di Weidmann si afferma che “l’Unione monetaria in inglese è denominata European Monetary Union, abbreviato Emu”, mentre nel sito ufficiale della Commissione europea sta scritto che “Economic and Monetary Union (Emu) represents a major step in the integration of UE economies”. E’ tutto approssimativo e apodittico, dalla ricostruzione della crisi all’analisi economica e finanziaria di quanto accade, anche se il tono del Governatore tedesco è come di consueto assertivo, e le sue conclusioni indiscutibili.

L’architettura del Fiscal Compact non viene messa in discussione da Weidmann per via dei danni immensi che ha provocato all’economia europea, ma perché la Commissione europea, cui il Fiscal Compact ha devoluto il controllo delle regole, “si trova in una situazione di conflittualità degli obiettivi: da un lato deve agire come garante dei Trattati e controllare l’applicazione delle regole. Dall’altro la Commissione è una istituzione politica chiamata a mediare tra gli interessi più diversi”. E infatti, “tende continuamente a scendere a compromessi a danno del rispetto del bilancio, ad esempio prorogando di volta in volta la scadenza dei periodi di adeguamento per gli Stati in situazione di deficit”. Ecco la nuova piroetta: serve “un’autorità fiscale europea, che assume il compito del controllo di bilancio”. Più che un Commissario o la temuta Troika, si auspica una sorta di inquisitore capace di eseguire la pena torturando il condannato senza mai cedere alla compassione: la cura imposta alla Grecia dimostra che si può fare di tutto a un popolo, rieducato attraverso la sofferenza. Occorre recitare l’autodafè nell’euro.

Servirebbe dunque una istituzione europea perfettamente robotizzata, autonoma e automatica, secondo l’immagine che ha già dato Giuseppe Guarino delle regole di Maastricht: stupide ma inderogabili, poiché ai comportamenti devono seguire le responsabilità, senza eccezioni.

Il disastro compiuto dalla guida dell’Unione da parte della Germania è irrecuperabile, sotto il profilo istituzionale prima ancora che economico. La Gran Bretagna, che non ha aderito né al Fiscal Compact, né all’Esm e tanto meno alla Banking Union, è stata portata al referendum sulla permanenza nell’Unione. In Grecia la democrazia è stata ricattata con la chiusura delle banche, dopo che un referendum popolare aveva rifiutato le proposte di austerità; dappertutto, è venuta meno la legittimazione delle famiglie politiche tradizionali che avevano costruito in cinquant’anni l’Unione europea, determinando una instabilità perniciosa, con la Spagna che è senza governo da due mesi, e quello nuovo del Portogallo che ha cominciato a rimettere in discussione le misure di austerità varate in precedenza.

Emergono formazioni antisistema, trasversali, irrecuperabili alla logica della integrazione e della condivisione: hanno imparato la lezione dalla Germania, che ha riversato tutti i suoi errori sui più deboli, che ha cucito e scucito le norme sugli aiuti di Stato alle banche a proprio uso e consumo, passando dal bail-out al bail-in sulla base delle proprie convenienze congiunturali.

La vicenda dei migranti, poi, si è sovrapposta su una situazione di crisi profonda, economica e sociale, fungendo solo da detonatore. Dopo i diktat di Danimarca e Ungheria, le presidenziali in Austria dimostrano come l’onda della paura sia ormai tracimata: la coalizione guidata dalla Cancelliera Angela Merkel rischia per di più di essere travolta dalla richiesta della Turchia, che chiede non solo i denari per fermare la marea di milioni di profughi ma la libera circolazione per i propri cittadini all’interno dell’Unione. E’ una bomba ad orologeria.

Continuare a parlare di rigore, e fare ancora la faccia feroce sui conti degli Stati e delle banche, suona oggi un po’ bizzarro di fronte allo scempio umano, sociale e economico e politico in cui versa l’Europa: dalla paura per il lupo di Esopo si scivola allo spasso per le disavventure di Ezechiele. Ma di questo non si parla, così come della solidarietà, che rimane una parola scritta solo nel titolo, tanto per cercare di compiacere il pubblico che assiste.

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