L'analisi dell'economista Giuseppe Pennisi

Studiando con cura l’accordo raggiunto tra la Grecia ed i suoi creditori, si ha l’impressione che non sia stato sfiorato il tema che più preoccupava il Fondo monetario (Fmi): il debito.
Nei giorni precedenti la fase finale della trattativa ci si è chiesti perché il Fmi ha sostenuto una posizione più morbida rispetto agli altri creditori pubblici. Tra i creditori della Grecia, il Fondo è quello che ha la posta in gioco più bassa: oltre il 60% del debito pubblico greco è nelle mani della Ue (Bce, Fondo Salva Stati, singoli Stati dell’Eurozona) mentre appena poco del 10% è dovuto al Fmi. Quindi, in caso di una ‘tosatura’ lineare sarebbe l’istituzione che perde di meno. E questo è, in effetti, è uno degli argomenti che i ‘falchi’ utilizzano spesso nella loro opposizione alla proposta Fmi. C’è però una ragione molto più profonda.

Un lavoro di Tamon Asonuma, del servizio studi Fmi, dimostra con argomenti teorici ed empirici che le ristrutturazioni del debito sono un male minore delle insolvenze. Si tratta, ben inteso, pur sempre di insolvenze ma programmate ed ordinate non caotiche Esaminando un campione vastissimo – in pratica tutti gli Stati membri del Fondo – Asonuma conclude chi è insolvente una volta tende a ricadere nella stessa trappola più volte (a diventare un ‘insolvente seriale’) mentre chi ristruttura il proprio debito (e applica politiche di crescita appropriate) si rimette in cammino.

Inoltre, quanto più aumenta lo spread quando si ristruttura un debito, tanto più rallenta la crescita futura. Il lavoro è redatto in stile accademico, ma non è difficile esporne le implicazioni a coloro che in questi giorni stanno faticando sul puzzle del debito greco. Una ristrutturazione ben modulata avrebbe potuto essere utile non solo alla Grecia, ma anche ai creditori. Nonché a Stati europei che rischiano di trovarsi in situazioni analoghe a quelle della Repubblica ellenica. Invece, ci si è limitati alla possibilità di accordi bilaterali tra Grecia e i suoi creditori che riguardassero principalmente l’allungamento delle scadenze o qualche ritocco ai tassi d’interesse.

Il tema verrà ripreso dal 30 maggio al primo giugno ad una conferenza internazionale che si terrà nell’Aula Onida al Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma. E’ un convegno di accademici, di studiosi, però, che contano in Europa anche perché numerosi tra loro sono consiglieri di Governi od hanno servito come Ministri in un momento od un altro della loro vita. C’è molta attesa, ad esempio, per la relazione di Ernesto Longobardi ed Antonio Pedone sulle ‘propose recenti per ristrutturare il debito dell’eurozona’.
I lettori di Formiche.net conoscono la mia posizione. L’Italia avrebbe dovuto proporre se una soluzione una strada verso un sistema di ristrutturazioni coordinate e concordate quando aveva la presidenza del Consiglio dell’Ue. Ha preferito cincischiare, con magri esiti, di flessibilità, di 80 euro, di voucher di diciottenni. Tuttavia, come dice un vecchio detto, non è mai troppo tardi . Questo, dopo l’intesa ‘Greca’, potrebbe essere il momento buono.

Ci sono essenzialmente due strade. Una è quella che potremmo chiamare il metodo Plaza Hotel, ossia un accordo analogo a quello del 22 settembre 1985 quando, dopo mesi di lavorio diplomatico, i Ministri dell’economia e delle finanze (l’Italia venne informate, come il resto del mondo, a cose fatte) si chiusero in un luogo insospettabile e definirono un’intesa sui tassi di cambio e le politiche di crescita. La riservatezza, o meglio la segretezza, è essenziale per ristrutturazioni del debito. Il problema è che in una suite del Plaza c’erano solo i cinque ‘grandi’ ed i loro strettissimi collaboratori. Oggi un’intesa sulla ristrutturazione del debito sovrano dell’eurozona comporta centinaia di persone. Anche se organizzato in un lungo week-end a mercati chiusi sarebbe difficile non fare trapelare nulla. Tanto più che certi politici ed alti burocrati hanno la tendenza di spifferare notizie a giornalisti amici, pronti a ripagare facendosene ufficiosi portavoce.

L’altro percorso sarebbe quello di definire, almeno nell’ambito dell’eurozona una procedura di revisione dei debiti. Come qualsiasi procedura, sarebbe pubblica, quindi nota a tutti, e definirebbe regole e condizioni che devono essere rispettati dagli Stati che chiedono la ristrutturazione. Non solo tali regole devono essere meno generose di quelle del Fmi e devono essere costruite con estrema attenzione ai dettagli ma è difficile pensare che una richiesta di accedere ai benefici non crei turbolenze sui mercati.

Nessuna delle due strade è perfetta. Ciascuna delle due richiede molto lavoro. Se non si inizia, però, si rischiano prossime crisi.

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