L'analisi di Daniele Meloni

Il nuovo governo turco, guidato da Binali Yıldırım, nasce sotto il segno dell’erdoganismo. Il nuovo premier – sostenuto alla Grande Assemblea dai 317 deputati dell’AKP – ha presentato un esecutivo con alcune conferme e qualche sorpresa.

I quattro dicasteri più importanti sono rimasti nelle mani degli stessi ministri del governo di Davutoğlu: agli Esteri conferma per Mevlüt Çavuşoğlu; all’Interno ci sarà ancora Efkan Ala; alla Giustizia Bekir Bozdağ, uno dei papabili premier prima della nomina di Yildirim; e alle Finanze Naci Ağbal.

Il dato di fatto politico è però un altro: lo scivolamento del Partito di Giustizia e Sviluppo su posizioni sempre neo-ottomane e islamo-conservatrici, a discapito della laiklik e del secolarismo, che pure è (era?) parte del patrimonio politico-culturale del partito che governa la Turchia dal 2001.

Come tutti i partiti a vocazione maggioritaria anche l’AKP è un contenitore che, al suo interno, ha diverse correnti di pensiero ed è penetrato da ideologie contrastanti , che si sostanziano in una classe dirigente che ne ha fatto il naturale partito di governo della repubblica kemalista, ormai in forte contrasto con le basi laiche, nazionaliste e repubblicane propagate dal fondatore del moderno Stato turco, Kemal Atatürk.

Il primo a fare le spese del New Deal conservatore è stato il ministro per gli Affari europei Volkan Bozkır, repubblicano, vicino alle élite filo-europee del ministero degli Esteri (e a Davutoğlu), e senza alcun background islamista. Yıldırım lo ha sostituito con uno dei consiglieri più vicini a Erdoğan, Ömer Çelik, portavoce dell’AKP con ambizioni da intellettuale e Presidente del Gruppo di Lavoro Bilaterale USA-Turchia.

Tra i vice-premier è stato confermato Mehmet Şimşek, già ministro delle Finanze nei governi di Erdoğan, e uomo di fiducia dei mercati, che guardano con preoccupazione ai sommovimenti politici di Ankara. Sebbene non avrà deleghe e poteri in materie economiche e finanziarie, Şimşek, già manager di Merryll Lynch in passato, è una presenza rassicurante per gli investitori internazionali, dopo l’addio di Ali Babacan, fatto fuori nel rimpasto.

Ha destato sorpresa la mancata presenze nell’esecutivo di Yalçın Akdoğan, considerato un erdoganiano di ferro, ma troppo identificato con quel Solution Process – la pace con i curdi – che il Presidente turco sembra avere accantonato.

Si prevedono importanti cambiamenti anche nella burocrazia e negli apparati dei servizi segreti dello Stato. Hakan Fidan, la “Scatola Nera” di Erdoğan, l’uomo che ha guidato tutte le operazioni di sicurezza percepite come ostili al Sultano, paga l’aver fatto da pendolo tra il Presidente e l’ex premier Davutoğlu, e sarà sostituito da un funzionario nominato dal ministero dell’Interno.

Altro uomo a forte rischio è Feridun Sinirlioğlu, sottosegretario agli Esteri, che all’interno dell’AKP è visto come troppo laico e “uomo di Israele”.

L’opposizione ha commentato in modo critico il nuovo esecutivo. Per il leader del CHP, il Partito Repubblicano Popolare, Kemal Kılıçdaroğlu, Yıldırım non è che un passacarte di Erdoğan, mero esecutore dei desiderata del Sultano sulla via del presidenzialismo.

Condividi tramite