L'analisi di Daniele Meloni

Che i rapporti tra Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan – fondatore dell’ AK Partı (AKP), il partito di Giustizia e Sviluppo al governo in Turchia dal 2002 – e il premier Ahmet Davutoğlu – leader del partito di cui sopra – non fossero idilliaci, era noto a tutti in Turchia. Ma che lo scontro precipitasse in così breve tempo nessuno poteva immaginarlo.

Dopo l’incontro di ieri tra i due, Davutoğlu è de facto un premier dimissionario e l’AKP si appresta a convocare un nuovo congresso tra il 21 maggio e il 6 giugno, primo giorno di Ramadan, per eleggere un nuovo segretario possibilmente non sgradito al fondatore-sultano.

Proprio nel giorno in cui la Commissione Europea si era pronunciata a favore dell’abolizione del visto per i cittadini turchi che si recano in Europa per motivi di lavoro – misura sbandierata da Davutoğlu come un successo ma sminuita da Erdoğan – la politica turca piomba nell’incertezza. I mercati hanno già punito l’ombra della possibile crisi di governo: la lira turca, ha perso poche ore oltre il 4% del suo valore contro il dollaro, e la Borsa ha perso oltre il 2%.

Lo spettacolare scontro di ieri era stato preannunciato dall’improvvisa comparsa di Pelican Brief, un blog politico aperto da un insider della politica turca, firmatosi misteriosamente come “colui che sacrificherebbe la sua anima per il Capo”, e ritenuto dai più un giornalista vicino al Presidente.

Nel pezzo di apertura del blog, l’autore misterioso fa a pezzi la premiership di Davutoğlu, ex mansueto e fedelissimo ministro degli Esteri dei governi guidati da Erdoğan: l’accusa è quella di avere tradito il Sultano. I dissensi più o meno velati sulla riforma costituzionale che metterebbe da parte per sempre il dualismo premier-presidente, naturalmente a vantaggio di quest’ultimo, la questione dell’abolizione dell’immunità parlamentare e la linea debole nei confronti dell’Europa su immigrazione e ingresso della Turchia nell’Unione, sono i temi su cui il confronto tra i due si è maggiormente esacerbato.

Infine, a peggiorare ulteriormente le cose, si è messa la lotta interna all’AKP. Erdoğan formalmente non ha più alcuna carica all’interno del partito che ha fondato nel 2001. Ma è ancora lui a tirare le fila del potere e a godere di un seguito che Davutoğlu non ha. La decisione di togliere al segretario-premier la nomina di 50 coordinatori provinciali per affidarla a un comitato interno è stata il primo segnale che le divergenze tra i due stavano diventando insanabili.

Già si fanno i nomi dei papabili alla carica di premier come Binali Yıldırım, il ministro dei Trasporti già coinvolto nello scandalo corruzione del 2013; Berat Albayrak, il ministro dell’energia, genero del Presidente; e Bekir Bozdag, il ministro della Giustizia. Tutti considerati vicini e fedeli a Erdogan.

Ma gli analisti prevedono anche un altro scenario: il congresso straordinario dell’AKP, lo stato di oggettiva difficoltà dell’MHP, il partito Nazionalista di Devlet Bahçeli, il cui elettorato è molto simile a quello del partito di governo, e l’abolizione dell’immunità per i deputati dell’HDP, il partito democratico del popolo curdo guidato da Selahattin Demirtaş, fanno propendere per l’ipotesi di una nuova tornata elettorale a breve. La terza dal giugno 2015 a oggi.

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