L'approfondimento di Rossana Miranda

Donald Trump è uno degli uomini più ricchi al mondo. Il manager americano ha detto di possedere otto miliardi di dollari, di cui 302 milioni in contanti, 5,2 miliardi in immobili, 3,3 miliardi in marchi e licenze, 14,8 milioni dai diritti di Teen Usa e dal concorso Miss Universo (qui l’articolo di Formiche.net sui conti del magnate dell’immobiliare). Trump ha ribadito più volte che, a differenza di altri candidati – e il riferimento a Hillary Clinton è chiaro – non ha bisogno di finanziatori. Questo fa di lui un candidato libero e trasparente – ha rimarcao il repubblicano – poiché una volta arrivato alla Casa Bianca non dovrà pagare favori.

CONTRADDIZIONI DEL MANAGER

Nonostante la svolta a tratti socialista degli ultimi giorni, in materia di ristrutturazione del debito americano e politiche fiscali (dichiarazioni che ha chiarito sul Wall Street Journal a seguito delle reazioni dell’opinione pubblica e delle banche), e le accuse contro i fondi di copertura, Trump non sempre è riuscito a risanare i suoi conti da solo. Quando nel 2004 Morgan Stanley salvò dal fallimento Trump Hotels & Casino Resorts, una holding con diverse proprietà, il fondo era diventato per lui “il migliore di Wall Street”. E ancora, sebbene Trump non voglia lasciare entrare negli Stati Uniti i musulmani (a eccezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, che però ha rifiutato l’offerta), continua a chiudere succosi affari con il mondo islamico (qui l’articolo di Formiche.net).

UNA NUOVA STRATEGIA

Secondo alcuni analisti, gli investitori di Wall Street si sentono più al sicuro con Hillary Clinton, poiché le sue proposte sembrano dare continuità alle politiche economiche più tradizionali. Una volta arrivata la nomination, il messaggio della campagna elettorale di Trump assumerà un tono più conciliante. “Avevamo un messaggio che ha funzionato, ma che non era pensato per l’intera durata della campagna. Bisogna creare un nuovo modello, più tradizionale, e Trump lo sa. Stiamo lavorando insieme su questo”, ha detto lo stratega di Trump, il lobbista Paul Manafort (qui il ritratto di Formiche.net).

CARL ICAHN, L’IMPRENDITORE

Ma non tutti guardano Trump con sospetto. C’è chi, dopo molti scontri, ha cambiato opinione. Secondo la rivista Fortune, uno dei personaggi che ha espresso l’endorsement per Trump è Carl Icahn, imprenditore americano. Icahn, che ieri ha previsto un nuovo collasso del sistema finanziario americano, ha un patrimonio di 20 miliardi di dollari. Ottanta anni, originario di una famiglia ebraica, ha ottenuto posizioni di rilievo in RJR Nabisco, TWA, Texaco, Phillips Petroleum, Western Union, Fairmont Hotels, Time Warner e Motorola. Condivide con Trump la passione per gli immobili, i casino e i reality show. Ad agosto 2015 Icahn ha accettato, via Twitter, l’offerta di Trump di diventare il segretario del Tesoro in caso di vittoria. “Faccio soldi studiando la stupidità naturale”, si legge sul suo profilo Twitter.

HENRY KRAVIS, IL FINANZIERE 

Trump, però, sembra avere in mente più di un candidato da mettere alla guida delle politiche economiche degli Stati Uniti in caso di vittoria. Secondo Bloomberg, anche Henry Kravis ha ricevuto la sua offerta. Nato nel 1944, Kravis ha un patrimonio di 4,2 miliardi di dollari. È considerato il re dei capitali di rischio ed è fondatore del fondo di investimenti KKR (Kohlberg, Kravis, Roberts & Co). Come ricorda Business Insider, Kravis ha inspirato il bestseller-book “Barbarians at the Gate”, sul mondo imprenditoriale. “Lui è uno degli uomini più svegli di Wall Street” ed è uno dei “migliori negoziatori è […] Dobbiamo usare queste persone”, ha detto Trump.

JACKSON WELCH, IL MANAGER

Un altro nome elogiato da Trump è Jackson Welch, l’ex presidente di General Electric. Nonostante all’inizio sembrava che Welch sostenesse Ted Cruz, ora l’imprenditore potrebbe essere più vicino al magnate americano. “Mi piacciono i tipi come Jackson Welch”, ha detto Trump. Nato nel 1935, Welch ristrutturò GE fino a trasformarla in un’impresa dinamica e competitiva. Con nuovi metodi rischiosi licenziò il 10% dei manager e premiò con bonus e stock-options quelli rimasti.

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