Nonostante le sue drammatiche conseguenze il Brexit potrebbe aver creato un’opportunità seria e concreta per una rifondazione in senso sociale e solidale dell’Unione Europea, secondo quanto si augurano da anni il blocco paesi meridionali, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia con a capo la Francia. A guidare questo nuovo progetto, paradossalmente, non sarebbe quest’ultima, che anzi rischia una svolta ancora più eclatante di quella britannica nelle prossimi elezioni presidenziali, né tanto meno la Spagna o l’Italia, bensì il paese che negli ultimi anni è stato la nemesi di questo progetto, ovvero la Germania di Angela Merkel.

La sconfitta della Merkel. Questo perché proprio la Cancelliera e la sua leadership a Bruxelles si possono ascrivere al registro dei principali sconfitti dall’esito del referendum inglese. Dal momento dell suo primo mandato come cancelliera tedesca nel 2005, Angela Merkel ha imposto, in Europa come in Germania, la propria agenda politica, i cui capisaldi, il neo-liberismo e la semplificazione delle regole, ne hanno configurato il ruolo di leader dei paesi del nord quali la Finlandia, la Svezia, l’Olanda, Danimarca e Lussemburgo. Nel fare questo, la Cancelliera ha sfaldato il tradizionale asse franco-tedesco formatosi dopo la riunificazione della Germania e rivolto il suo sguardo, dalla sociale e centralista Francia, alla liberale Gran Bretagna.

Germania e Gran Bretagna. Al centro di questa nuova partnership, il rafforzamento del mercato unico e la deregulation della burocrazia europea con un alleggerimento fiscale, argomento quest’ultimo molto sensibile per l’elettorato tedesco e temi al centro di tutti quegli accordi “speciali” che hanno sancito l’adesione britannica all’Europa. Il piano in sé, era perfetto, quello che è andato a mancare è stata la pazienza dei britannici. Soft-power e concertazione sono capisaldi dell’azione politica della Cancelliera tedesca, abile ad usare il peso economico della Germania e le opportunità che si andavano a creare per indirizzare anche partner riluttanti verso il proprio obiettivo. Questa abilità si è vista nei quasi 12 anni di governo della Germania, dove Angela ha portato a termine, in maniera più liberale, l’agenda fissata dal social-democratico Schröder negli anni 90 rafforzano l’economia tedesca, sia in Europa dove è riuscita ad imporre un’agenda neo-liberista in campo economico e conservatrice su quello sociale. Tutto ottimo agli occhi dei Britannici, i quali, nonostante il fastidio nel veder crescere la centralità della BCE, hanno condiviso la durezza con cui la Merkel ha gestito la questione greca e, in generale, la crisi del debito dei paesi europei aderendo al partito dell’Austerity. Peccato che la discussione sulla deregulation dell’Europa e l’alleggerimento della burocrazia centrale sia stata sempre posticipata, coerentemente al pragmatismo di Angela Merkel, ovvero: ogni cosa al momento debito. Così, per un paese il cui sentimento europeista coccia con la propria eccentricità geografica, la Gran Bretagna si è stancata di aspettare e ha detto addio all’Unione Europea e alla leadership della Cancelliera tedesca.

La Sinistra tedesca e la Brexit. Ora, perso il principale partner europeo e a fronte di una politica economica che esige anche in Germania un forte dazio sociale, sono arrivate dalla SPD, da troppo tempo schiacciata verso il centro dall’alleanza con la CDU di Angela Merkel, dichiarazioni a favore di un cambiamento dell’agenda europea tedesca. Si tratta di voci autorevoli, quali quelle del Ministro degli Esteri Steinmeier e del Vice-Cancelliere Gabriel, quest’ultimo anche segretario del partito e Ministro dell’Economia. Entrambi hanno espresso la necessità di abbandonare l’Austerity per creare un’Europa meno preoccupata della propria stabilità economica o del valore dell’Euro e più orientata al benessere dei propri cittadini, riscuotendo immediatamente il supporto del sindacato tedesco, la potente DGB. Una metamorfosi radicale per un partito che, ancora durante la crisi del debito greco, si era professato contrario alle stesse misure che ora vorrebbe seguire. Qualche ora dopo si unisce al coro l’ex-leader dei Verdi Trittin, il quale, nonostante il ritiro dalle scene politiche, rimane una voce importante del terzo partito tedesco. Per tutti, la Brexit rappresenta la fine al modello neo-liberale della centralità del mercato sul benessere delle persone, a cui oppongono il rilancio degli investimenti nel lavoro, sia esso tradizionale, fabbriche, che atipico, startup e creatività, in modo da rilanciare l’occupazione. Se questo poi dovesse significare un incremento della spesa, questo sarebbe un male minore, a fronte della disaffezzione degli elettori europei all’Unione.

Gli ostacoli. Chiedere maggiori spese al popolo tedesco non è mai una buona idea, soprattutto quando manca ormai un solo anno alle elezioni federali in cui, per di più, l’elettorato della CDU, pur sempre maggioranza, è cannibalizzato dalla crescita della destra euro-scettica e liberista. Da parte sua la sinistra può usare il risultato del referendum, e gli effetti che questo avrà nei prossimi mesi, a suo vantaggio. Ora come ora, vista la sfiducia in crescita, la vittoria della Merkel è, forse, meno scontata di quella della CDU, ma a fronte di una resistenza al vertice dei cristiano-democratici, non esistono alternative, secondo i sondaggi ad una coalizione di governo fra CDU, SPD e Verdi, risultato che darebbe forza alle politiche pro-investimenti, indebolendo l’establishment neo-liberista interno alla CDU. Se questo dovesse accadere, allora le istanze di Parigi e di Roma, ma anche di Madrid e di Atene potrebbero trovare una sponda più favorevole sia a Berlino che a Bruxelles.

Manca un anno, ma la speranza più concreta per un’Europa sociale e più vicina ai propri cittadini risiede qui, nella sinistra tedesca.

@simonebonzano

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