L'analisi di Philippe Ithurbide, global head of research di Amundi

UN RISCHIO ECONOMICO BEN DEFINITO

Il 50 per cento delle esportazioni britanniche ha come destinazione i Paesi dell’Unione europea e, in termini di Pil, i volumi commerciali con l’Ue rappresentano il 65 per cento del Pil rispetto al 20 per cento degli anni Sessanta. Se il Regno Unito (Ru) uscirà dall’Ue, il volume e i costi degli scambi commerciali ne risentiranno, così come i settori che sono fortemente integrati nell’Unione europea (servizi finanziari, chimica, settore automobilistico). La svalutazione della sterlina di certo favorirebbe il commercio britannico, ma secondo le stime, vista la fine del passaporto europeo e la scomparsa degli accordi con l’Ue, l’impatto sul Pil sarebbe significativamente negativo. La Borsa di Londra non è in pericolo, ma non si può escludere che l’Ue possa/debba trarre vantaggio da questa nuova situazione per promuovere l’apertura di una piazza finanziaria nell’Europa continentale. A titolo esemplificativo, per quanto riguarda la crescita economica, l’Ocse ritiene che il Regno Unito perderà il 3 per cento-8 per cento del Pil, mentre gli industriali inglesi sostengono che l’Ue contribuisce solo nella misura del 4 per cento-5 per cento del Pil, ovvero attorno ai 70 miliardi di Gbp. Questi dati vanno affinati in base ai diversi scenari relativi al “trattamento” del Regno Unito.

Se il Ru rimarrà, come la Norvegia, nello Spazio Economico Europeo (che annovera 31 Paesi), il costo sarà di €3.345 euro annui a famiglia (ovvero una perdita del PIL del 3,8 per cento su 15 anni).

Se il Ru firmerà degli accordi bilaterali con l’UE, come ha fatto negli ultimi anni la Svizzera, il costo sarà di €5.528 euro annui a famiglia (una perdita del Pil del 6,3 per cento su 15 anni), Ricordiamoci tuttavia che i negoziati per gli accordi commerciali durano in media dai 7 ai 10 anni.

Se il Ru deciderà di non rinegoziare con l’Ue, il costo sarà molto più alto, €6.689 euro annui a famiglia, ovvero una perdita del Pil del 7,4 per cento su 15 anni.

Alla luce di quanto detto, comprendiamo meglio perché il mondo degli affari, la Bank of England e il ministero del Tesoro britannico, tanto per citarne alcuni, mettano in guardia gli elettori inglesi sulle conseguenze della Brexit.

UN RISCHIO POLITICO NON TRASCURABILE

Uscendo dall’Ue, il Ru riacquisterebbe la sua indipendenza, e alcuni seggi nelle principali organizzazioni internazionali, ma conviene ricordarsi che lo schieramento pro-Brexit non è omogeneo, anzi. Alcuni (estremisti) rivendicano l’indipendenza totale, persino la chiusura delle frontiere (protezionismo, blocco dell’immigrazione), mentre altri, i liberali, vorrebbero alleggerire i vincoli regolamentari imposti dall’Ue e poter rinegoziare tutte le condizioni (comprese quelle commerciali). In che modo queste due anime del movimento pro-Brexit troveranno un accordo in caso di vittoria? Inoltre, c’è il forte rischio che la Scozia richieda un nuovo referendum sull’indipendenza, visto che gli scozzesi non hanno mai fatto mistero dei loro forti legami con l’Europa. E non dimentichiamoci poi che la maggior parte del petrolio inglese si trova in territorio scozzese. E se invece dovesse esserci una Bremain, quale sarà la posizione di David Cameron? Ne uscirà rafforzata in caso di un’ampia vittoria o indebolita in caso di una vittoria risicata? Ci saranno nuove elezioni? Regna una grande incertezza.

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