L'analisi di Philippe Ithurbide, global head of research di Amundi

UN RISCHIO ECONOMICO MODERATO

E’ assai verosimile che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non avrà grandi conseguenze economiche dirette per gli Stati membri. I Paesi più penalizzati saranno quelli che hanno stretti legami con il Regno Unito, in particolare l’Irlanda, ma anche Lussemburgo, Belgio, Svezia, Malta e Cipro.

UN RISCHIO POLITICO NON TRASCURABILE

Di recente i Paesi Eu hanno fatto alcune concessioni al Regno Unito ( sull’immigrazione, sulla sovranità e sulla governance) per evitare lo scenario della Brexit. La mancanza di solidarietà in seno all’UE si è manifestata ogniqualvolta c’è stata una concessione, con alcuni Paesi che si mostravano interessati all’una o all’altra concessione. L’uscita del Regno Unito significherebbe diverse cose. Innanzitutto che è possibile lasciare l’Ue e che nulla è irrevocabile; che è possibile ottenere delle concessioni in qualsiasi momento; e che l’Europa à la carte non è più solo una fantasia. Senza arrivare ad agitare lo spauracchio del disfacimento dell’Ue, vediamo chiaramente, tramite il referendum, quale sia il “bastone tra le ruote” lanciato dagli inglesi sulla governance dell’Ue.

GLI INTERROGATIVI

Gli europei saranno capaci di mobilizzarsi (governance semplificata, integrazione di bilancio e fiscale, federalismo, leadership più forte, miglioramento del mercato del lavoro…) e di far avanzare le istituzioni? Si tratta di una questione cruciale che dovrà essere affrontata qualunque sia l’esito della consultazione britannica, perché è valida sia in caso di Brexit, sia in caso di Bremain. L’avanzata degli estremisti e dei populisti (a destra, nei Paesi core dell’Europa, e a sinistra nei Paesi periferici) va di pari passo con il peggioramento della situazione economica e con la mancanza di governance nell’Ue. Il referendum sarà un elemento propulsore o provocherà uno stallo? Questo, in breve, è il problema dell’Ue.

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