L'approfondimento di Daniele Meloni

La Brexit ha lasciato i maggiori partiti britannici in stato di shock. Se i laburisti stanno chiedendo a gran voce la testa del segretario del partito, Jeremy Corbyn, il partito Conservatore è quello comunque messo peggio.

Nel 2015, vincendo le elezioni, Cameron era riuscito a formare un governo Tories di maggioranza 18 anni dopo l’ultimo, guidato da John Major. Eppure l’anelito all’autodistruzione nel partito che fu di Disraeli e Churchill, ha mietuto una nuova vittima: dopo Margaret Thatcher e John Major, anche il rampollo di Eton e Oxford, ultimo discendente del conservatorismo compassionevole – “one-nation” – è caduto sull’Europa. La débâcle è stata notevole. Cameron verrà ricordato come l’uomo che ha portato il Regno Unito fuori dall’Europa, imbarcandosi in un referendum che era sicuro di vincere e finendo travolto dall’euroscetticismo Tory.

Non appena il premier ha annunciato le sue dimissioni, si è subito scatenata la caccia al nuovo leader dei Tories, e, di conseguenza, al nuovo Primo Ministro che dovrà trattare l’uscita del paese dall’Unione con i vertici delle istituzioni europee dopo essersi appellato all’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

I bookmakers – gli stessi che davano la vittoria al fronte del “remain”… – hanno subito messo Boris Johnson in testa alla lista dei favoriti. Inviso da più parti nel partito, Johnson ha subito adottato toni concilianti, ed è molto probabile che nei prossimi giorni avanzerà la sua candidatura. Formalmente, Cameron potrà fare ben poco per impedirgli di diventare premier, ma i Cameronites, dimissionari e furibondi con l’ex sindaco di Londra per il risultato del referendum, vorrebbero che l’acronimo ABBJ – Anyone But Boris Johnson, chiunque tranne Boris Johnson – diventasse realtà. A gestire il leadership contest sarà il 1922 Committee, la Commissione dei backbenchers, il grosso dei deputati conservatori senza ruoli di governo e nel partito, presieduta da Graham Brady. Una volta ridotti a due i nomi dopo il voto dei parlamentari, saranno i 150mila militanti a designare il futuro leader. Il congresso del partito, che si terrà a Birmingham dal 2 al 5 ottobre prossimo incoronerà il nuovo segretario-Primo Ministro. Se Johnson sarà della partita, visto il seguito di cui gode tra gli elettori Tories, la spunterà quasi sicuramente lui.

Un candidato di compromesso tra i remainers e i leavers, potrebbe essere l’home secretary, il ministro dell’Interno Theresa May. Quest’ultima ha molto sfumato la sua posizione a favore del remain nell’ultimo periodo della campagna e potrebbe essere considerata l’unica  – per esperienza e praticità – in grado di unire un partito lacerato dalla brexit. May piace anche ai dur et pur del partito per la sua posizione intransigente nei confronti dell’immigrazione clandestina. I bookmakers la danno 3 contro 1 come nuovo premier. Johnson è dato alla pari.

Tra gli outsider, considerata insostenibile la posizione di George Osborne, in quanto remainer e Cancelliere dello Scacchiere di Cameron, una piccola possibilità di andare al ballottaggio finale la hanno anche Michael Gove, ministro della Giustizia, ex Cameronite, ma punta di diamante del fronte del leave, e Stephen Crabb, il giovane neo –ministro del Lavoro dopo le dimissioni dell’euroscettico Iain Duncan Smith nel mese di marzo.

Nigel Farage non si illuda: quello che tratterà con Bruxelles non sarà un brexit government come lui ha chiesto appena terminato lo spoglio delle schede. Né tantomeno lui ne farà parte, a meno che non riuscirà a farsi eleggere a Westiminster (all’ottavo tentativo) in qualche elezione suppletiva. Il prossimo sarà un governo – forse l’ultimo? – che, ancora una volta, dovrà tenere conto degli euro-realisti e dei filo-europei se vorrà avere i 326 voti che servono per entrare in carica. Certo, la propulsione euroscettica, che ormai si può definire anti-europea, sarà forte come non mai nella recente storia del Regno Unito.

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