L'analisi del generale Leonardo Tricarico, già capo di stato maggiore dell'Aeronautica militare, oggi presidente della Fondazione Icsa

Due cose si possono fare subito per affrontare seriamente e in maniera strutturale il fenomeno migratorio, due tessere da inserire in un puzzle il cui disegno finale purtroppo sfugge ancora: rendere perseguibili coloro che non si adoperano per salvare chi rischia la vita in mare e istituire un servizio di ricerca e soccorso europeo, un EuroSar.

UNIFORMARE LA CEDU AL DIRITTO DELLE NAZIONI UNITE

Il primo punto: pressoché tutti i paesi che si affacciano su qualunque tratto di mare, e quindi anche quelli rivieraschi del Mediterraneo, hanno sottoscritto un impegno formale, in ambito Onu, a soccorrere chiunque versi in condizione di pericolo. I comportamenti però non sembrano coerenti con tale principio, anzi. Qualcuno non si da per inteso, qualcuno respinge i natanti, qualcuno, e in più di una occasione, ha aperto il fuoco a scopo di dissuasione. Quello che fa il nostro paese è sotto gli occhi di tutti, generosi senza se e senza ma, salvo il latrare di qualche politico dissennato e irresponsabile. Il punto è che in ambito Onu non esiste un vero regime sanzionatorio, questo va pertanto creato, affinché l’Europa ponga fine a comportamenti difformi, talvolta antitetici, dei suoi paesi membri. La soluzione tecnica può apparire perfino banale nella sua semplicità, oltre che corretta nei contenuti: travasare nella legge fondamentale europea, la Cedu (Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo), quello che l’Onu ha già fatto, ossia sancire come diritto da tutelare quello alla sopravvivenza in mare quando si fugge da guerre, fame, persecuzioni e sofferenze di ogni tipo. Un semplice Protocollo Aggiuntivo da far approvare al Consiglio di Europa di Strasburgo, un semplice articolo nuovo che aggiunga a tutti i diritti che il progresso sociale ha indicato come abbisognevoli di protezione, anche quello di sopravvivere in mare, drammaticamente rivendicato da decine di migliaia di disperati annegati. In tal modo, ognuno dovrà fare la propria parte, in tal modo i trasgressori verranno trascinati di fronte la Corte Europea e sanzionati come meritano. In tal modo, finalmente, la burocrazia istituzionale europea compirà un atto di giustizia verso i più deboli e non un sopruso, come spesso accade.

CREARE UN SERVIZIO SAR UNICO 

Il secondo punto, se vogliamo, é il braccio armato del primo. Con un servizio Sar unico, interconnesso, e una gestione unica che coordini e diriga i servizi nazionali (esattamente come succede negli spazi aerei con EuroControl) nessuno potrà sfuggire alle proprie responsabilità, ben evidenti e documentate in ogni momento, condizione o tratto di mare. Un esempio su tutti: Malta ha la responsabilità di una zona di mare pari alla nostra e non è disposta a cederne neppure un lembo; ciò nonostante, da metà degli anni 70, esercita il servizio di soccorso solo con due elicotteri italiani dislocati in permanenza alla Valletta. Pare che ora si stia organizzando in proprio, ma dubito che possa riuscire a mettere a punto una capacità standard rispetto all’area di mare da tutelare. Il principio deve valere per tutti, chi ha un’area di mare di responsabilità, quella in altre parole già fissata dall’Imo (International Maritime Organization), deve dotarsi dei mezzi e dell’organizzazione per farvi fronte. Vanno, in altre parole, fissati degli standard capacitivi di Ricerca e Soccorso dai quali non si possa derogare, solo così ognuno farà la propria parte. Tra l’altro, l’istituzione di un servizio europeo lungo le frontiere marittime va anche nella direzione di un controllo unico di polizia che si sposa con un obiettivo che l’Europa sta promuovendo e vanamente inseguendo da lustri.

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