Chi c'era e cosa si è detto nel corso del seminario "Liberalizzazione dei servizi finanziari e dei flussi digitali dell'informazione economica" organizzato negli scorsi giorni dal Centro di Ricerca e Sviluppo sull’EContent (CReSEC) e dal Dipartimento di Management e Diritto dell’Università Tor Vergata di Roma.

Ttip e Tisa: più facile a dirsi che a farsi. I due negoziati, iniziati parallelamente nel 2013, con l’obiettivo di liberalizzare il commercio da una parte tra Stati Uniti e Europa, e dall’altra mettendo d’accordo 24 paesi sul tema dei servizi finanziari, rischiano di non vedere mai la luce. E anche se sono trattati che porterebbero benefici e “cambiamenti epocali”, per dirla come il Presidente della Fondazione Economia di Tor Vergata, il professor Luigi Paganetto, gli ostacoli sono talmente tanti che una governance globale è davvero difficile da raggiungere. È quanto emerso durante i lavori sulla Liberalizzazione dei servizi finanziari e dei flussi digitali dell’informazione economica organizzati negli scorsi giorni dal Centro di Ricerca e Sviluppo sull’EContent (CReSEC) e dal Dipartimento di Management e Diritto dell’Università Tor Vergata di Roma.

Da un lato entrambi gli accordi hanno come indirizzo ampliare e liberalizzare i “servizi finanziari” e il relativo mercato, articolandoli in servizi bancari, finanziari e assicurativi. Dall’altro, ricomprendono e liberalizzano nuovi servizi come “la fornitura e il trasferimento di informazione finanziaria, il processo dei dati finanziari e il software connesso”. Una rivoluzione che interesserebbe anche il mercato borsistico, che si regge sull’informazione economico-finanziaria, ma che difficilmente potrà andare in porto perché i player mondiali si stanno confrontando “con norme inesistenti o vecchia maniera in ambito europeo e nazionale”, come ha sostenuto la coordinatrice dei lavori e presidente di CreSec, Elisabetta Zuanelli. “Non esistono norme europee né nazionali aggiornate sulla protezione dei dati di soggetti giuridici – ha spiegato – come è possibile allora regolamentare a livello globale ciò che non ha basi a livello nazionale ed europeo?”. Insomma, una partita che vede in campo diversi giocatori/paesi, dove ognuno ha una storia differente e soprattutto regole di gioco diverse, perché se si è fatto tanto nel campo della privacy personale nulla invece è stato fatto a difesa dei soggetti giuridici che poi sono quelli che muovono l’economia.

Certo, il tema dell’apertura del mercato dei servizi è un aspetto particolarmente rilevante per l’Italia, la cui posizione in termini di integrazione internazionale è, in quest’ambito, piuttosto contenuta. Se nei prodotti manufatti l’accessibilità del mercato è omogenea a quello degli altri paesi europei, per via di una comune politica commerciale (il livello dei dazi è per esempio identico in tutta l’Ue), l’esistenza di regole ancora nazionali in molte attività (basta vedere agli albi professionali) fa sì che nei servizi permangano, anche all’interno dell’Ue, livelli diversificati di protezione. E proprio il nostro Paese ha, in particolare, un indice di restrizione agli scambi piuttosto elevato, sia rispetto ai tradizionali bench-mark (Francia, Germania, Spagna), sia rispetto alla media delle economie avanzate (Stati Uniti e Giappone in particolare).

Osservazioni che sono state colte anche da Paganetto che ha sottolineato come i due trattati marcino a ritmo ridotto per via di veti incrociati, così se “gli Stati Uniti sul Ttip vogliono un’apertura nel settore agricolo e nel campo degli Ogm, dall’altro il presidente Obama vuole escludere i servizi finanziari dal negoziato, cosa che invece interessa molto noi europei”.

E se sul Ttip si è focalizzata comunque una certa attenzione, resa pubblica anche a seguito dei report fatti circolari da Greenpeace, che metterebbero in luce come a rimetterci sarebbero soprattutto i consumatori a vantaggio delle multinazionali, è sull’altro trattato multilaterale, il Tisa, l’accordo sugli scambi dei servizi, che c’è un maggiore oscurantismo e si va avanti tra Stati Uniti e Australia – i maggiori player del negoziato – senza aver raggiunto nulla, come rimproverato da Paganetto.

Eh si che questo trattato che mette insieme 24 paesi (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, i ventotto paesi dell’Unione Europea, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Taipei, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico, Costa Rica) che controllano insieme il 70 per cento del mercato mondiale dei servizi – potrebbe creare una “piattaforma comune” per contrastare altre potenze in crescita, come Cina e Brasile.

Ma anche qui il problema più grande riguarda la regolamentazione e in modo particolare la creazione di tribunali “speciali” per la risoluzione delle controversie. Il testo base dell’accordo non lascia dubbi che le negoziazioni in corso sul Tisa, ma anche sul Ttip, prevedono l’istituzione di “fori transazionali” che verrebbero però ostacolati dalla funzione regolatoria di molti stati e la loro abilità nel legiferare nel pubblico interesse sarebbe messa a rischio dagli interessi dei singoli paesi.

Insomma, una matassa davvero difficile da sbrogliare, anche se “una governance globale” è quanto mai necessaria, come ha sottolineato Linda Lanzillotta, vice presidente del Senato durante il corso dei lavori. “Due trattati che porterebbero dei vantaggi per l’Europa e per l’Italia”, ha detto Gabriele Checchia, nostro ambasciatore presso le Organizzazioni Internazionali, “perché la nostra economia è focalizzata sull’export” e ha bisogno di mercati aperti, con regole chiare e di reciprocità, piuttosto che di muri e ponti levatoi alzati.

Anche perché in attesa che i negoziatori possano trovare la quadra, i dati dei flussi dei servizi finanziari sono cresciuti in modo esponenziale, come ha ricordato Paganetto: dal 2002, si è passati da 2,5 trilioni di dollari a 3,9. Come dire che anche in assenza di accordi il commercio va avanti lo stesso, però secondo la legge della giungla, dove c’è sempre il rischio che a vincere siano i più forti. Ecco perché ci sarebbe bisogno di regole comuni che costringerebbero tutti a partire dal via. E magari senza barare.

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