Il torneo di tennis che gli italiani chiamano “Open”, in Messico lo indicano con la naturale traduzione, “Abierto”. I cartelloni cinematografici che in Italia annunciavano “The Wolf of Wall Street” (protagonista Leonardo Di Caprio), in Uruguay erano presentati nella lingua della nazione: “El Lobo de Wall Street”. In Spagna, così come nei ventidue Paesi dell’America che non per caso si chiama latina, nessuno dice “computer”. “Computadora”, “computador”, “ordenador”, ecco tre modi per rendere nel proprio idioma, ossia chiaro e familiare, quel che suona, come i precedenti esempi, in inglese. Globalizzazione non significa rinunciare al piacere di dire pane al pane nella propria lingua. Che, nel caso dell’italiano, “è una lingua magnifica e la sua ortografia, oltre a detenere il primato della semplicità, è un prodigio di efficienza: andrebbe considerata una delle alte espressioni del genio italiano”.

Così scrive non un politico o intellettuale italiano che, conoscendo male e pronunciando peggio la lingua di Shakespeare, si sente uomo di mondo quando ricorre, per esprimersi nella lingua di Dante, a termini ridicoli e per molti italiani oscuri come “spending review”, “stepchild adoption”, “standing ovation” oppure “stalker”, “trailer”, “workshop” e, da ultimo, “hotspot” per indicare il centro di identificazione dei migranti. A scrivere che è ora di riscoprire il valore e la bellezza della traduzione e dell’adattamento degli anglicismi in lingua italiana -come, oltretutto, si è fatto per secoli e continuano a fare tutte le altre lingue del pianeta-, è, guarda caso, uno studioso di filosofia e di giornalismo dei due mondi, l’italo-peruviano Gabriele Valle, professore e saggista. Paradossale, ma emblematico: tocca a un latino-americano suonare la sveglia, sollecitando gli italiani ad amare la propria lingua universale.

Con l’appena pubblicato “Italiano Urgente” (Reverdito Editore, Trento; prefazione di Tullio De Mauro), l’autore non si limita a una colta e spiritosa requisitoria contro la classe dirigente e intellettuale d’Italia, che in buona parte ha preso il “morbus anglicus”, da lui ribattezzato “morbo gringo”. Un contagio linguistico “che si è esteso nella nostra società in una misura ignota ad altre società di civiltà latina”. E qui sta l’intelligente novità. Fra la cultura italiana che tende a bersi qualunque anglicismo e quella francese che tende a rifiutarlo, Gabriele Valle propone la terza via spagnola: un utile elenco di cinquecento parole inglesi prese e usate in italiano a scatola chiusa, spiegandone la provenienza, ma soprattutto illustrando come sono state invece tradotte e adattate dai popoli di lingua spagnola nel loro idioma. E come, di conseguenza, applicando il fraterno modello di Cervantes, potrebbero e dovrebbero essere rese nella lingua di padre Dante.

“Italiano Urgente” è dunque un’opera moderna e lungimirante, che non va alla cieca e stolta ricerca di un’impossibile difesa della lingua nazionale dalle contaminazioni, talvolta preziose, di altre lingue. Propone, al contrario, come rendere questa mescolanza del mondo una felice espressione italiana, anziché la provinciale, arida e acritica acquisizione di parole dal pensiero anglosassone, “di cui siamo noi italiani gli unici responsabili del profluvio”. “E il peso maggiore della responsabilità -precisa Valle- grava su quelli che, esprimendosi pubblicamente, esercitano sulla comunità dei parlanti una immensa influenza: il politico, il giornalista, il pubblicista, l’insegnante, il traduttore, il doppiatore cinematografico o televisivo, il conduttore di spettacoli, l’oratore”.

Lo studioso italo-peruviano critica l’indifferenza degli accademici italiani “che non hanno tenuto il ritmo di marcia della lingua inglese nella misura in cui l’hanno tenuto i loro omologhi francesi e spagnoli”. E aggiunge: “Ma responsabili, per omissione, sono i governanti che hanno voltato le spalle al problema o addirittura l’hanno alimentato con il loro modo di esprimersi”. Difficile dargli torto, se si pensa che uno degli atti più importanti in Parlamento, cioè il momento in cui il governo della Repubblica italiana risponde in aula alle richieste dei legislatori, viene chiamato “question time”. “Nella Svizzera italiana si dice “ora delle domande”, chiosa l’autore, ricordando che nell’istituzione spagnola vige l’analogo “turno de preguntas”, turno delle domande.

Tornare a Dante attraverso Cervantes senza mortificare Shakespeare: il mondo in italiano.

(articolo pubblicato sul Messaggero e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

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