L'approfondimento di Daniele Meloni

La tormentata storia del Regno Unito nell’Unione Europea ha avuto molte facce e vissuto diversi momenti.

Solenni, come quando Winston Churchill parlò, per primo, di Stati Uniti d’Europa sottolineando come, in un bizantinismo atipico per la politica inglese, il Regno Unito “fosse con l’Europa ma non parte dell’Europa”. Drammatici, come quando il premier MacMillan, tornò affranto da Rambouillet dopo che il Presidente francese Charles de Gaulle oppose il suo secco “no” alla prima richiesta di adesione del Regno Unito alla Cee. Esaltanti, come quando Edward Heath, un raro esempio di Tory europeista, riuscì nell’impresa fallita dai suoi predecessori di ottenere l’ok da Georges Pompidou per l’ingresso definitivo nella Comunità nel 1973. E, infine, momenti nuovamente drammatici, con Margaret Thatcher e il suo discorso di Bruges che pose le fondamenta per l’euroscetticismo britannico moderno insieme ai tre vigorosi – ma malaccorti – “no, no, no” che rivolse dai banchi della Camera dei Comuni al progetto di superstato europeo di Jacques Delors, mentre Geoffrey Howe, il suo braccio destro di una vita, si preparava a tradirla e l’ambizioso Michael Heseltine organizzava la fronda contro di lei (da posizioni europeiste). Per arrivare al povero John Major che penò oltre un anno a Westminster per ottenere la ratifica del Trattato di Maastricht, di cui era riuscito a ottenere un accordo molto favorevole al Regno Unito, in particolare sull’opt out per la moneta comune.

Questa storia, però, è anche e soprattutto quella degli alti funzionari di Whitehall, i mandarini della pubblica amministrazione britannica, e in particolare quelli del Foreign Office, il Ministero degli Esteri, e del Treasury, il Tesoro britannico. Uomini educati nelle migliori università Oxbridge, che faticarono a capire come il Regno Unito del Secondo Dopoguerra non poteva più contare sul suo passato imperiale e non poteva non guardare al futuro in un mondo drammaticamente cambiato dagli eventi bellici. Uno di questi, Sir Henry Tizard, consigliere del Ministry of Defence, ebbe la lungimiranza di scrutare l’orizzonte e pronunciare una frase destinata a rimanere scolpita, seppur col senno di poi, nel tempo: “Continuiamo a crederci una Grande Potenza. Non lo siamo più e non lo saremo mai più. Siamo una Grande Nazione ma se ci comporteremo come se pensassimo di essere ancora una Grande Potenza, smetteremo di essere anche una Grande Nazione”.

La vision di Sir Tizard, però, si scontrava con mandarini che avevano fatto la gavetta ai tempi – da loro mai troppo rimpianti – dell’Impero su cui “il sole non tramontava mai”, e in cui la Gran Bretagna, vittoriosa ma uscita stremata dalla Seconda Guerra Mondiale, si sentiva, non senza un filo di haughtiness – altezzosità – la “nazione naturalmente Presidente dell’Europa”. Parole di Anthony Eden, pronunciate, molto probabilmente, nella sua fase pre-Suez. È anche vero che se la guerra – e poi nel 1957 proprio Suez e la crisi della sterlina – avevano ridotto la Gran Bretagna a potenza di secondo rango, i vari passaggi sulla via di un’Europa unita, dal Piano Schuman, alla nascita dell’Euratom e poi della Comunità Economica Europea in quel di Messina, costituivano per le nazioni europee un successo politico, economico e sociale.

Per la Germania si trattava di essere riammessa nel concerto delle nazioni europee. Per la Francia – e per i Paesi del Benelux – di non essere più preda delle mire espansionistiche tedesche, mentre anche l’Italia aveva tutto da guadagnarci in un sistema che stava iniziando a evolvere in un’unione doganale che portava con sé quel “pooling of sovereignty” tanto osteggiato dai britannici.

D’altronde, Sir Roger Makins, uno dei top civil servant del Paese, sottosegretario agli Esteri, disse, inequivocabilmente, nel lontano 1947, che “l’unione doganale avrebbe portato al disastro politico e sociale del Regno Unito, allentando i legami con il Commonwealth e distrutto l’area di riferimento della sterlina”. Ancora più netto, e fermo sulla questione di principio, fu Oliver Franks, a capo del ramo esecutivo dell’intergovernativa Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse): “Il Regno Unito non è contro la cooperazione tra le nazioni. Il Regno Unito obietta contro le istituzioni della cooperazione. Se si è parte di un’istituzione che ha una sua vita indipendente, delle sue iniziative e la capacità di formulare politiche autonomamente , non si è più liberi”. Con consiglieri così fu ovvia la scelta del Foreign Secretary, il Ministro degli Esteri, il sindacalista laburista e atlantista Ernest Bevin, di dire no all’ambizioso piano di Robert Schuman e agli ideali del Ministro degli Esteri belga Paul-Henri Spaak.

Ma anche se può risultare dissonante, rispetto alle voci maggioritarie attuali, che definiscono intellettuali e politici inglesi filo-europei con il dispregiativo di “federasts” (copyright: Boris Johnson), in realtà i federalisti britannici negli anni ’30 e negli anni ’40 annoveravano tra le loro fila parlamentari, intellettuali e movimenti di assoluto rispetto. A sinistra, a fare da contraltare al Bevinism, c’erano gli uomini di Keep Left, che redassero un Manifesto in favore di un’Europa federale che andava da Londra fino agli Urali. Tra i 14 parlamentari che sottoscrissero il documento c’erano Ian Mikardo (il promotore), Richard Crossman e Michael Foot, destinati a una luminosa carriera politica e parlamentare nel Labour. Tra i Tories, Churchill si mise a capo dello United Europe Movement. Con lui il suo assistente ed ex parlamentare Duncan Sandys, e suo genero, Christopher Soames, che diventò successivamente Commissario europeo.

C’era poi la Federal Union (Fu), nata sull’entusiasmo per una ipotizzata unione tra la Francia e l’Inghilterra pensata da Churchill e dal suo omologo francese, l’anglofilo Guy Mollet. La Fu era un movimento radicato in 200 sezioni e con oltre 10mila aderenti, tra cui l’economista teorico ed estensore del welfare state, William Beveridge, il politologo fabiano Harold Laski, lo storico Arnold Toynbee, l’ex direttore del Times Wickham Steed. Il quotidiano progressista The Manchester Guardian e il settimanale della sinistra The New Statesman, erano vicini al movimento. Persino il padre del federalismo europeo, Altiero Spinelli, ammetteva di dovere molto alla “chiarezza di pensiero degli intellettuali inglesi del Fu”. La battaglia per far sì che il vecchio retaggio imperiale non pesasse sul futuro della nazione era solo appena cominciata

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