Se fino a qualche giorno fa l’UE valeva il 22,3% del PIL mondiale e rappresentava la seconda economia al mondo, dopo gli Sati Uniti – che generano il 25,1% del PIL mondiale – dopo la Brexit la quota dell’UE scende al 18,5% del PIL mondiale e rischia di diventare, nel 2020, terza tra le più grandi economie mondiali, superata dalla Cina: stando, infatti, alle previsioni del FMI diffuse lo scorso aprile, e tenendo conto della recente uscita del Regno Unito dall’Unione, il PIL della Cina crescerebbe a 16.144 miliardi di euro, superiore di quasi 400 miliardi di euro rispetto a quello stimato per l’UE27.

Se c’è da preoccuparsi a livello di Unione, non meno preoccupazioni nutre l’Italia: negli ultimi dodici mesi, infatti, il nostro Paese ha esportato nel Regno Unito beni e servizi per un valore di 22.579 milioni di euro, di cui un terzo rappresentato solo da esportazioni manifatturiere a più alta concentrazione di micro e piccole imprese (MPI), per un valore pari a oltre 7,5 miliardi di euro, lo 0,52% del valore aggiunto nazionale. E la situazione preoccupa in particolare il Nord-Est, la parte più produttiva del nostro Paese dove è concentrata la maggior parte delle esportazioni verso il Regno Unito.

Da uno studio della Confartigianato di recente diramato, infatti, emerge un quadro abbastanza chiaro: le esportazioni in settori dove sono maggiormente concentrate le micro e piccole imprese potrebbero diminuire di 727 milioni di euro (oltre il 3,2% delle esportazioni destinate al Regno Unito nell’ultimo anno) e le regioni che ne subirebbero le più pesanti conseguenze sono Friuli Venezia Giulia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna.

La figura mostra, per ciascuna regione, l’incidenza percentuale delle esportazioni manifatturiere sul valore aggiunto del territorio, che può essere letta come un indicatore dell’esposizione sul fronte esportazioni verso il Regno Unito.

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Emerge immediatamente come il Nord-Est presenti un’incidenza percentuale (0,95%) più che doppia rispetto a Nord-Ovest e Centro, e oltre 3 volte quella del Mezzogiorno. Friuli V.G., Veneto e Toscana, in particolare sono le regioni con la più alta incidenza delle esportazioni sul valore aggiunto, nettamente superiore alla media nazionale ma anche a quella dell’area geografica di appartenenza. L’Emilia Romagna presenta un dato solo marginalmente inferiore al dato medio dell’Italia Nord orientale, ma sempre decisamente superiore alle altre regioni. Con riferimento a quest’ultima, rientrano tra le prime trenta per livello di esposizione 5 delle 9 province della regione: si tratta di Reggio Emilia – con un’incidenza delle esportazioni pari al 2,41%, inferiore solo alla provincia veneta di Belluno (3,93%) e alle friulane Pordenone (2,64%) e Gorizia (2,58%) – e, ad una certa distanza, Parma, Forlì Cesena, Rimini e Bologna.

Insomma, la Brexit potrebbe mettere a dura prova il futuro del cuore dell’economia italiana.

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