La notizia è su tutti i giornali e trasmissioni televisive. Oggi, anche il Senato della Repubblica si è confrontato con questa vicenda. Si tratta dell’uccisione di un nigeriano di trentasei anni a Fermo, nelle Marche, per mano di un italiano di trentotto anni. Il primo, fuggito dalle persecuzioni in Nigeria di Boko Haram, un gruppo terrorista che da anni uccide, massacra, violenta e distrugge tutto ciò che ha davanti a sé. Il secondo è un razzista, un fascista e un assassino, nato per caso in un Paese ricco e in un tempo sereno.

Ho evidenziato appunto in grassetto le nazionalità. Sì, perché il punto è proprio questo. Non è una morte tra le tante. Non è un incidente. Non è un caso. Non è un esito sfortunato di un eccesso di autodifesa, come ho assurdamente letto o sentito in queste ore, chissà dove. La scena è banalmente questa:

L’italiano in questione ha insultato la compagna di Emmanuel chiamandola scimmia. Il nigeriano, ha reagito. L’italiano non aspettava di meglio. Come ha osato? Un nigeriano che passeggia per le strade della mia città, che ostenta felicità, che ostenta sicurezza. Come ha osato? Si è ribellato. Che errore! Un nigeriano non ha diritto di difendersi, non ha diritto di difendere la propria compagna dalle offese di un fascista e razzista per strada. Un nigeriano, qua, non ci deve stare. Punto. Anzi, merita una vera punizione: botte, pugni, calci e per mettere in chiaro come funzionano le cose qua anche qualche sprangata.

Ecco, vorrei che si smettesse di minimizzare, di provare a giustificare questa bestia e chi lo ha accompagnato. Il problema va oltre questo omicidio. Si tratta del constatare che in Italia, nel 2016, c’è gente che uccide per il colore della pelle. C’è gente che è profondamente fascista. C’è gente che si sente autorizzata ad uccidere a sprangate chi si difende dalle ingiurie e dalle minacce. C’è un Paese che si deve guardare allo specchio, oggi, e che più del solito si deve far schifo. 

Questo paese è anche quell’italiano fascista e razzista. Non nascondiamoci dietro a un dito. Non accontentiamoci delle prese di distanza da politici che fino al giorno prima hanno esattamente offeso, calunniato e ingiuriato come lui. Non è stata sicuramente dimenticata la vicenda che ha coinvolto l’allora ministro dell’integrazione, Cecile Kyenge Kashetu e il Vice-Presidente del Senato della Repubblica italiana, Roberto Calderoli. Quest’ultimo, rivolgendosi alla Ministra, la paragonò a un Orango e si chiese se non volesse delle banane. Questo è il problema, care italiane e cari italiani: il razzismo becero, strutturale, istituzionalizzato. Perché? Calderoli non ha pagato per quel che ha detto. E di volta in volta queste vicende si diffondono qua e là. Creano simpatia, nelle menti contorte e malate di tanti estremisti, non folli, ma uomini perfidi, mossi da odio e da voglia di violenza. La Politica è co-responsabile di questo degrado. Ciascuno di noi è co-responsabile di questo degrado: ogni volta che si permette che un insulto razzista faccia sorridere o venga liquidato con una pacca sulle spalle, noi diventiamo complici di questo orrore. E questo vale ogni volte che una minoranza viene denigrata, offesa,derisa e umiliata: vale ogni volta che qualcuno dice a un omosessuale che è un frocio, un malato o uno schifoso, vale ogni volta che qualcuno dice che un musulmano è un terrorista, e così via. Non è libertà di espressione. Si tratta di disgustoso odio. Chiamiamo le cose con il loro nome: razzisti, fascisti, nazisti, omofobi, misogeni, xenofobi o islamofobici. Chiariamoci una volta per tutte: ciascuno di noi deve reagire davanti a queste mostruosità. Perché non è accettabile, non è ammissibile. La responsabilità ci pesa sulle spalle! Ci schiaccia!

E torno a pensare a quella vita spezzata brutalmente. Aveva sofferto tanto, Emmanuel. Aveva conosciuto l’orrore della guerra, della follia fondamentalista, aveva perso dei figli. Era riuscito, con la sua compagna, ad attraversare il deserto e il mare, per arrivare in un Paese che pensava essere sicuro. Un Paese che Hannah Arendt, nel libro “la banalità del male”, aveva descritto, forse erroneamente, come un paese di antica civiltà e di profonda umanità.

Emmanuel si era sposato e cercava di ricostruire una vita insieme alla sua compagna, Chinyery. Anche lei vittima di violenze e soprusi. Invece quel sogno di libertà è stato infranto dalla rabbia, dall’odio, dal razzismo e dalla violenza fascista, quella che cova nelle menti perverse di troppe italiane e troppi italiani. Provo profondo orrore. Profondissimo orrore. E sono anche arrabbiato.

Davanti a tanta rabbia, tanto odio, tanto male, è la compagna di Emmanuel, Chinyery, a darci un’altra grande lezione di umanità. Ha compiuto un gesto di profondo altruismo e amore, autorizzando la donazione degli organi.

Mi dico che non può finire così. Emmanuel deve vivere nella nostra memoria collettiva, deve essere così. Perché altrimenti per noi non c’è speranza di cambiare e ci troveremo, forse, a discutere, di nuovo, di un’altra morte come questa. E l’idea mi lacera.

Addio Emmanuel.

 

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