“Essere ritardatari è sinonimo di creatività”, “Le persone disordinate sono più intelligenti”, “Mangiare tanta cioccolata fa bene alla salute”. Negli ultimi mesi, frequentando il web, mi sono imbattuta in una serie di articoli dai titoli volutamente contrari al senso comune. L’intento di chi li scrive è probabilmente rassicurarci, sdoganando le nostre cialtronerie attraverso la più classica delle giustificazioni: “l’ho letto su Internet”. Ma il discorso sull’utilità del fallimento è diverso. pinITALY di Telos A&S ne ha parlato con la scrittrice Chiara Valerio, autrice di “A complicare le cose” (Robin 2007), “La gioia piccola d’esser quasi salvi” (Nottetempo 2009), “Spiaggia libera tutti” (Laterza 2010), “Almanacco del giorno prima” (Einaudi 2014).

La letteratura corteggia il fallimento perché il fallimento ci rende particolari, ognuno fallisce a modo suo” sostiene Chiara Valerio, parafrasando l’incipit di “Anna Karenina”. Chiara ha un dottorato in matematica all’Università Federico II di Napoli. La cultura del fallimento l’ha imparata proprio da questa materia che, per come ce l’hanno insegnata a scuola, dovrebbe essere il regno della mancanza di errori, dei conti che devono tornare sempre. Per Chiara non è così: “Penso che la matematica sia una disciplina molto umana, perché ha a che fare con il fallimento. Tutti i matematici sanno che, se fanno bene, ciò che fanno sarà completato da altri, quando loro non ci saranno più”.

La paura di fallire sarebbe, secondo Chiara Valerio, anche uno dei motivi della scarsa propensione alla lettura degli italiani. Secondo le ultime statistiche, solo il 42% di noi ha letto almeno un libro nel 2015. “Io penso che la gente non legga perché, prima di tutto, ha paura di non capire, che invece è l’unica cosa che ti rende umano”.

Una volta ho visto una scritta su una maglietta: “Dio esiste ma non sei tu. Rilassati”. Ecco, appunto: rilassiamoci, perché fallire non è poi così terribile.

 

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