Che cosa scrivono i giornali tedeschi nella ricostruzione di Andrea Affaticati

La Germania registra sempre più attonita gli attacchi che giorno dopo giorno vengono compiuti da singoli, schegge impazzite o fanatici, contro cittadini inermi. All’inizio della settimana scorsa un profugo 17enne si è avventato contro i passeggeri di un treno diretto nella città bavarese di Würzburg: sette feriti, di cui alcuni gravemente. L’attentatore è stato poi colpito mortalmente dagli spari della polizia mentre tentava la fuga. Di lui si sa che era da un anno in Germania, che da due settimane era stato affidato a una famiglia, e che negli ultimi tempi si era vieppiù radicalizzato. Solo quattro giorno dopo, venerdì scorso, alle 17.50 un 18enne di origine tedesco-iraniana, ha aperto il fuoco contro la gente comune in un centro commerciale di Monaco: dieci persone hanno perso la vita, compreso l’attentatore che si è suicidato.

Anche in questo caso gli inquirenti hanno inizialmente temuto che si trattasse di un gesto terroristico, salvo scoprire poi che si è trattato del gesto di un ragazzo con gravi problemi psichici. Nemmeno 48 ore dopo i fatti di Monaco, domenica pomeriggio le agenzie battevano la notizia di un giovane che a Reutlingen (città a sud di Stoccarda) ha aggredito una donna con un machete, ferendola mortalmente. L’attentatore risulterà essere un siriano di 21 anni, già noto per atti di violenza alla polizia e con una richiesta di asilo respinta. Dopo un breve inseguimento verrà arrestato, anche grazie a un automobilista che aveva diretto volutamente la sua macchina contro di lui. Anche in questo caso all’origine del delitto non paiono esserci state motivazioni terroristiche ma un litigio. Alle 22 poi è di nuovo dalla Baviera, dalla città di Ansbach, che giunge la notizia di un’esplosione davanti all’ingresso di un open-air festival. L’attentatore, un profugo siriano di 27, anni muore, i feriti sono 17. Il ministro dell’Interno della Baviera, il cristianosociale Joachim Hermann, poco dopo compare davanti alle telecamere, spiegando che l’attentatore non era stato fatto passare perché sprovvisto di biglietto. E forse proprio grazie al divieto di ingresso si è evitato un bagno di sangue. Ad assistere al concerto c’erano oltre 2000 persone. Nello zaino dell’attentatore le forze di sicurezza hanno trovato anche chiodi e parti metalliche. Allo stato attuale delle indagini la polizia non esclude la matrice islamica ma nemmeno la conferma. L’attentatore si è poi scoperto essere un affiliato dell’Isis, tanto che il Califfato ha rivendicato l’azione.

Ora la paura e l’insicurezza serpeggia sempre più forte tra la popolazione. Alla luce dei recenti fatti, chiunque può rivelarsi da un momento all’altro una scheggia impazzita o un terrorista.

All’indomani dell’attentato di Monaco il ministro dell’Interno Thomas de Maizière, alla domanda di un giornalista se ora si prevedono controlli più serrati e restrizioni delle libertà individuali, aveva risposto seccamente: “Non è questo il momento di parlare di nuove leggi”. E per quel che riguarda il possibile intervento della Bundeswehr (le Forze Armate tedesche) all’interno (come ipotizzato dal Libro Bianco della Difesa, appena presentato dalla titolare del dicastero Ursula von der Leyen), anche dopo il massacro di Monaco il presidente del sindacato di polizia Rainer Wendt aveva dichiarato già sabato scorso: “Non esiste questa ipotesi. Non si può trasformare la Bundeswehr in una sorta di apparato ombra”.

Il messaggio dei massimi organi della Repubblica Federale è lo stesso: non bisogna darla vinta ai terroristi, per cui non bisogna farsi prendere dal panico. “Non bisogna trasformare la nostra società in uno stato di polizia” aveva detto anche il governatore della Baviera e capo della Csu Horst Seehofer venerdì notte, quando ancora non si sapeva che a indurre al folle gesto di Monaco il 18enne, erano stati disturbi psichici e una fascinazione per attentati come quello di 5 anni fa, quando l’estremista di destra Anders Breivik aveva aperto il fuoco contro i ragazzi di un campus estivo sull’isola norvegese di Utoya, uccidendone 77.

Ma scrive la Frankfurter Allgemeine: “La follia degli assassini è contagiosa. Certo, la società libera non deve farsi irretire dalla follia degli assassini. Solo che il successo più grande i terroristi l’hanno già messo a punto, perché la follia si è in parte già diffusa”. Il quotidiano Die Welt, riprendendo lo stesso tema, osserva: “È vero non possiamo cadere in una paralisi collettiva. Ma è un dato di fatto che dopo l’attacco del minorenne con l’ascia nel treno, sono aumentate vertiginosamente le vendite degli spray al peperoncino e la gente discute sempre più spesso su strategie di autodifesa. E poco importa se le probabilità di essere vittima di un atto terroristico restano, nonostante i fatti di questi giorni, esigue. Serve a poco sapere che, secondo le statistiche, negli anni Settanta e Ottanta, le vittime di attacchi terroristici in tutta l’Europa erano molte di più: in media 188 all’anno. Perché, come dimostrano sempre queste statistiche, dall’attentato dell’anno scorso alla rivista Charlie Hebdo, la percentuale di tedeschi che teme un attacco terroristico è salita al 68 per cento. E il perché è presto spiegato: allora il terrorismo era confinato a regioni ben precise: l’Eta in Spagna, la RAF in Germania. Oggi invece si rivolge contro tutti noi”.

Da qui la richiesta del ministro dell’Interno bavarese di avvalersi anche della Bundeswehr, per affrontare la sfida terroristica, così come Francia e Belgio si sono avvalsi dei loro soldati. E a chi gli risponde che l’intervento dei soldati in Germania richiederebbe modifiche alla costituzione (la stessa prevede l’intervento dei soldati solo in caso di catastrofi naturali o se fosse messa in pericolo l’esistenza stessa della Repubblica Federale) replica: “Non siamo più ai tempi della Repubblica di Weimar. La nostra è una democrazia matura e sarebbe folle se nel caso di un attacco terroristico a Stoccarda, Francoforte o Monaco, non potremmo avvalerci delle nostre forze armate ben addestrate”. I Verdi e la Sinistra non sono però d’accordo. Anzi, secondo la responsabile per la politica interna dei Verdi, Irene Mihalic, un intervento venerdì sera a Monaco da parte della Bundeswehr avrebbe semplicemente generato più panico.

C’è chi poi reclama anche un inasprimento del porto d’armi. Domenica in un servizio del canale pubblico ARD si apprendeva che in Germania sono registrate 5,6 milioni di armi, ma in circolazione ce ne sarebbero altre 15 milioni di illegali. Per cui non è tanto la legge sul porto d’armi a dover essere inasprita, spiegava il cronista, ma una maggior attenzione al cosiddetto darknet, attraverso il quale arrivano gran parte di queste armi illegali. Infine, tornando all’attentatore di Monaco, il cronista faceva notare che il ragazzo era in possesso di una cosiddetta “arma decorativa”, cioè resa innocua per l’utilizzo in teatro o nei film, poi però trasformata di nuovo in un’arma letale (come, gli inquirenti lo stanno ancora appurando).

Infine, in Germania da anni si dibatte su un controllo più stringente della rete. Fino a oggi una legge in tal senso non è però passata, non solo per via dell’opposizione, ma anche per le resistenze dei socialdemocratici.

Ora, alla luce dei fatti però, non è solo il ministro federale dell’Interno a dire: “Dobbiamo esaminare attentamente la legge sul porto d’armi e stringere qua e la qualche vite, se fosse troppo lenta”. Anche il leader dell’Spd nonché vicecancelliere Sigmar Gabriel ha dichiarato: “Dobbiamo fare il possibile per limitare l’accesso alle armi letali”. Il segretario generale dell’Spd Katarina Barley, mette però in guardia da una strumentalizzazione politica dei fatti: “Chi ora invoca più controlli, maggior restrizioni e l’intervento dei militari, non fa altro che strumentalizzare le vittime”. Il riferimento era chiaramente al partito populista Alternative für Deutschland (AfD) che già dopo le prime notizie di Monaco aveva parlato di attacco terroristico, di difesa della nazione contro i fondamentalisti.

Ma il dibattito è solo all’inizio, saranno le prossime settimane (anche in previsione delle elezioni politiche del settembre 2017) a mostrare come la politica e l’opinione pubblica tedesca intendono affrontare la nuova minaccia.

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