La ricostruzione di Alma Pantaleo

Tensione alle stelle tra Usa e Turchia. Dopo il tentativo (fallito) di golpe di venerdì notte, con cui i militari hanno provato a rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdoğan, i rapporti tra Washington e Ankara sembrano vivere una fase molto delicata in queste ore. Un clima ben più teso rispetto alle perplessità recenti degli Stati Uniti verso l’atteggiamento di Erdogan nei confronti dello Stato islamico (atteggiamento ritenuto dagli Usa non troppo serio e convinto contro Isis),

LE ACCUSE DI ANKARA ALL’IMAM GULEN

L’accusa di Erdoğan è che la mente dietro il golpe sia  il suo ex alleato, diventato poi nemico numero uno, l’imam e magnate Fethullah Gulen auto-esiliatosi negli Usa, dove vive dal 1999 in una fattoria di Saylorsburg nei boschi della Pennsylvania. Un vero e proprio caso esploso con le parole del premier turco  Binali Yildirim che ha puntato il dito contro Gulen. Quest’ultimo, però, ha smentito ufficialmente qualsiasi coinvolgimento: “Condanno nei termini più forti il tentativo di colpo di stato militare in Turchia. È particolarmente offensivo essere accusato di avere legami con un tentativo del genere. Respingo categoricamente queste accuse».

L’AFFONDO AGLI STATI UNITI DI ERDOĞAN E YILDIRIM

Di ben altre certezze Erdoğan: «Hanno ricevuto ordini dalla Pennsylvania. La Turchia non può essere governata dalla Pennsylvania», ha tuonato nella notte il presidente turco all’aeroporto di Istanbul, identificando i militari golpisti in seguaci del movimento gulenista.

Parole che hanno spinto i leader turchi a tornare alla carica con accuse pesanti nei confronti degli Stati Uniti, “rei” di ospitare l’imam da molti anni: «Non riesco a immaginare – ha detto Yildirim – un Paese che possa sostenere quest’uomo, questo leader di un’organizzazione terroristica, soprattutto dopo la scorsa notte. Un Paese che lo sostenga non è amico della Turchia. Sarebbe persino un atto ostile nei nostri confronti».

IL BOTTA E RISPOSTA CON KERRY

Yildirim ha anche colto l’occasione per ribadire che la Turchia aveva precedentemente inviato una richiesta di estradizione per il nemico numero uno di Erdoğan. Dichiarazione subito smentita da John Kerry: il segretario di Stato americano, infatti, ha detto di non aver ricevuto alcuna istanza in tal senso. Poi ha invitato le autorità turche a consegnare le prove di un’eventuale coinvolgimento di Gulen nel tentativo di golpe.

LA CHIUSURA DELLA BASE AEREA DI INCIRLIK

Parole, quelle del primo ministro turco, che sono state seguite da un messaggio del consolato Usa nella città di Adana, a sud della Turchia: «Le autorità locali impediscono spostamenti da e per la base aerea di Incirlik –che viene utilizzata dalla coalizione anti-Isis a guida Usa che interviene in Siria e Iraq, ndr –. È  stata interrotta la fornitura di corrente elettrica: per favore, evitare la base aerea fino a che non riprenderanno le normali operazioni». Il governo turco ha infatti chiuso lo spazio aereo ai velivoli militari giustificandolo con la necessità di riprendere il pieno controllo della situazione nell’area, dopo il fallito golpe. Gli Stati Uniti hanno, perciò, sospeso completamente i raid aerei contro lo Stato islamico.

L’INIZIALE SOSTEGNO DA PARTE DEGLI USA

Con il passare delle ore i rapporti fra Usa e Turchia sono sempre più freddi. Eppure nella notte di venerdì, quando per le strade di Istanbul e Ankara si vivevano scene da guerra civile, il presidente Barack Obama aveva fatto sapere di sostenere «il governo democraticamente eletto» della Turchia, mentre Kerry dichiarava che gli Usa avrebbero offerto aiuto e supporto nelle indagini sul fallito colpo di Stato. Parole che non sembrano aver convinto troppo Erdogan. Nell’entourage del presidente turco è stata notata la dichiarazione degli insorti che assicuravano come gli accordi internazionali, come ad esempio l’Alleanza atlantica, sarebbero stati confermati. Un segnale di sintonia verso la Nato e dunque verso gli Usa.

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