L'analisi di Simon Clark e Anuj Gangahar

Londra rischia di cedere migliaia di posti di lavoro nella finanza ad altri centri europei. Secondo un esponente di City of London Corp dipende tutto dall’abilità del Regno Unito di trovare un accordo politico che gli consenta, ora come outsider, di accedere al mercato unico. City of London Corp ha governato il miglio quadrato attorno alla Bank of England e la Cattedrale di St. Paul per secoli.

Nella corsa al referendum i suoi leader sono stati impegnati nella campagna per il Remain, linea sostenuta da molti dirigenti dei grandi istituti e altre finanziarie. Volevano mantenere l’accesso al mercato unico europeo. Centinaia di migliaia di persone lavorano nella City di Londra e molte di più sono parte del settore finanziario della capitale britannica.

“La City resterà comunque un importante centro finanziario internazionale, ma ovviamente in che misura e in che modo dipenderà da quanto riusciremo a negoziare”, ha ammesso Mark Boleat, presidente della Commissione politiche e risorse della City of London Corporation. “Non si è mai verificata una fuga di massa delle banche in termini di numeri. Per noi, la questione è se sarà necessaria una presenza di 15 mila o 5 mila dipendenti”.

Gli esponenti della City che hanno votato per il Leave affermano che la vittoria libererà le società dall’ingombrante carico normativo comunitario e consentirà loro di ingaggiare una migliore competizione a livello globale. “Che risultato fenomenale! Sono così soddisfatto”, commenta Edmund Truell, che ha costruito la proprio fortuna nel private equity ed è stato consulente di Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra che ha sostenuto il fronte pro-Brexit. La City “si affrancherà dalla morsa delle direttive, dalla bufera di norme e onerosi regolamenti”, conclude.

Al contrario, Boleat ritiene che l’esito inaugurerà un periodo di “grande incertezza” per la finanza londinese. Negli ultimi vent’anni migliaia di lavoratori provenienti da tutto il mondo hanno affollato gli uffici della City e i grattacieli di Canary Wharf. “Le prime indicazioni” sui negoziati per mantenere l’accesso al mercato unico arriveranno nei prossimi giorni, quando il primo ministro David Cameron incontrerà i leader europei a Bruxelles, riferisce Boleat. “Se non si troverà un accordo, allora crollerà tutto. Non è andata nel modo in cui Londra sperava: Londra è diversa dal resto dell’Inghilterra, Londra è una città internazionale e, a essere onesti, Londra ha prosperato, mentre molte altre aree d’Inghilterra faticavano”.

I consiglieri di City of London sono eletti dai dipendenti delle aziende dello Square Mile, che mirano a fare lobbying per conto di tutto il comparto finanziario del Regno Unito, sostenendo di creare lavoro e gettito fiscale. Stando a City of London, i servizi finanziari portano ogni anno 66,5 miliardi di sterline alle casse del Tesoro, ovvero l’11 per cento del totale raccolto dall’erario, oltre a 2,1 milioni di posti di lavoro in tutto il Paese, ovvero il 7,2 per cento dell’occupazione.

Le multinazionali la cui unica base di appoggio nell’Unione è situata in Gran Bretagna potrebbero essere costrette a traslocare rapidamente in un altro Paese europeo per mantenere l’accesso al mercato, continua Boleat. Le entità con un appiglio in altri Stati membri sono meno tirate. “Ogni istituzione avrà un programma”, afferma Boleat. “L’accesso al mercato unico è di vitale importanza e nei prossimi mesi collaboreremo molto con le istituzioni e il governo per cercare di ottenere il miglior accordo possibile”.

Goldman Sachs e JP Morgan hanno contribuito finanziariamente alla campagna del Remain. Tenendo conto del fatto che la banca di Wall Street impiega 16 mila persone in Gran Bretagna, a inizio mese James Dimon, ceo di JP Morgan, ha avvertito che in caso di Brexit avrebbe trasferito alcune posizioni in altre location del Vecchio Continente. Ma, in una nota ai dipendenti pubblicata venerdì, ha rassicurato che sarà “mantenuta una grande presenza. Nei prossimi mesi, tuttavia, potremmo avere la necessità di apportare modifiche alla nostra struttura giuridica in Europa e la sede di alcune cariche”. A inizio anno anche l’amministratore delegato di Hsbc, Stuart Gulliver, aveva anticipato che una Brexit avrebbe potuto condurre al ricollocamento di parte delle posizioni nel trading e nelle vendite.

La decisione di uscire potrebbe tradursi in un ostacolo al piano di fusione da 21 miliardi di sterline tra London Stock Exchange Group e la tedesca Deutsche Börse. Gli investitori di Lse saranno chiamati a pronunciarsi il 4 luglio, mentre l’offerta pubblica per gli azionisti di Deutsche Börse si concluderà il 12 luglio. Una dichiarazione congiunta di venerdì redatta dalle due società di gestione della borsa assicura che esprimeranno il massimo impegno per rispettare i termini della transazione, aggiungendo che il tie-up non è subordinato al risultato del referendum. Secondo Boleat tutte le decisioni prese prima della consultazione sono ora incerte. “La gente dirà: beh, abbiamo preso questa decisione, che cosa è cambiato”.

(Pubblicato su Mf, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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