Perché dire Sì al Referendum. L’opinione del prof. Salvatore Vassallo

Perché dire Sì al Referendum. L’opinione del prof. Salvatore Vassallo
L'intervista del blogger di Formiche.net, Federico Quadrelli

La scorsa settimana ho pubblicato una lunga intervista con il Prof. Alessandro Pace, Presidente del Comitato per il No. Oggi vi propongo un’intervista al Prof. Salvatore Vassallo, che sostiene le ragioni del Sì alla Riforma della Costituzione. 


Recentemente il Prof. Alessandro Pace, rispondendo ad una mia domanda sulla Riforma della Costituzione, ha sostenuto che ciò che lo ha spinto, e con lui altre ed altri, a mobilitarsi per fondare i comitati per il no è “la difesa dei principi della nostra Costituzione, che con questa riforma verrebbero travolti”. È così?

Si tratta di una affermazione che non trova alcun riscontro nel testo della riforma e che il Prof. Pace del resto sostanzia principalmente in un modo: sostenendo che l’articolo 1 della Costituzione vieterebbe una qualsiasi composizione del Senato che non preveda l’elezione diretta di senatori con mandato esclusivo. Questa sua interpretazione è sconfessata dai 56 costituzionalisti che hanno sottoscritto un altro importante appello per il NO. La tesi da essi sostenuta in maniera a prima vista oscura, ma chiarita in varie interviste dal principale estensore, prof. Onida, è che a loro avviso il Senato della Boschi-Renzi non va bene perché avrebbe dovuto invece essere composto solo dai presidenti di regione e loro delegati, sulla falsariga del Bundesrat tedesco. In pratica, i 56 autorevoli costituzionalisti per il NO sostengono una tesi esattamente contraria a quella espressa dal Prof. Pace. A ulteriore dimostrazione del fatto che, in positivo, i sostenitori del no, non riuscirebbero a mettersi d’accordo su nessuna soluzione alternativa.

Nell’intervista ha espresso ulteriori critiche…

Pace sostiene che vi sarebbe uno svuotamento della democrazia a causa dell’eliminazione del Senato come possibile “contropotere”. Ora, chiunque conosca solo un poco la storia politica e parlamentare italiana, sa benissimo che i poteri perfettamente paritari del Senato non hanno costituito un elemento di bilanciamento tra poteri (in che senso sarebbe avvenuto?), ma solo una ulteriore arena per l’ostruzionismo o gli sgambetti tra correnti dello stesso partito, dato che la composizione partitica di camera e senato era pressoché identica. L’unico potere vero e visibile che ha garantito, dal 1996 in poi, è il potere di veto messo nelle mani di piccoli gruppi o singoli senatori, a causa della asimmetria dei sistemi elettorali di camera e senato e quindi per la diversa ampiezza delle maggioranze parlamentare, scientificamente accentuate dalla riforma elettorale voluta dal centrodestra nel 2005 proprio per rendere impossibile una vittoria piena del centrosinistra. L’unico “contropotere” garantito dal bicameralismo perfetto è ad esempio il potere di veto assoluto messo nelle mani dei senatori Rossi e Turigliatto nella XV legislatura.

Anche altre obiezioni che forse il prof Pace considera di carattere costituzionale riflettono in realtà sue preferenze, contraddette dall’esperienza di solide e rispettate democrazie. Per fare solo un esempio, lamenta che i 100 senatori sarebbero troppo pochi per eleggere due giudici costituzionali a fronte dei tre eletti dai 630 deputati. Ma questo è esattamente quello che succede sia in Germania, sia in Austria, sia in Francia, deve la nomina è nelle mani dei presidenti delle camere. In tutti e tre i casi i giudici costituzionali espressi dal Parlamento sono nominati per metà dalla camera bassa, per metà dal senato. In tutti e tre i casi, il Senato ha un numero di componenti di gran lunga inferiore alla camera bassa. Per inciso, in nessuno dei tre casi il senato è eletto direttamente.

Un altro aspetto che viene spesso sottolineato dai sostenitori del No è che questa legislatura non è legittimata a fare una riforma così importante. Sempre il Prof. Pace cita a sostegno di questa posizione la sentenza della Corte Costituzionale. Perché non siamo tornati alle urne subito dopo aver fatto la legge elettorale? Non si poteva aspettare che fosse la nuova legislatura ad occuparsi della riforma della Costituzione?

La nuova legislatura sarebbe nata con un sistema elettorale proporzionale scritto di loro pugno dai giudici costituzionali contraddicendo l’orientamento a favore di sistemi di impianto maggioritario ripetutamente affermato dai cittadini italiani in una serie di iniziative referendarie, a partire da quelle dell’inizio degli anni novanta e sempre confermato dal parlamento tutte le volte in cui è intervenuto sulla materia. Credo che, anche in questo caso, le personali preferenze del Prof. Pace, lo inducano a usare argomenti che con il diritto costituzionale e il senso delle istituzioni c’entrino poco. La Corte Costituzionale, nella stessa sentenza 1/2014 che si prende a emblema della sua somma saggezza, ha ripetuto più e più volte e poi infine ribadito, a scanso di ogni equivoco, che i rilievi fatti sulla Calderoli non inficiano né gli atti già adottati dal Parlamento prima del deposito né limitano in alcun modo le sue prerogative per il periodo successivo. Se così non fosse stato, chi avrebbe potuto giudicare quali tipi di legge il parlamento sarebbe stato “moralmente” titolato ad approvare e quali no?

La campagna referendaria per il Sì è iniziata già da diverse settimane. Sarà un impegno importante per i prossimi mesi. Si parla spesso di risparmi. Ma c’è sicuramente di più da dire. In pillole, che cosa cambia con questa riforma?

Da un lato si dota finalmente il parlamento di una sede di rappresentanza degli enti territoriali, che potrà migliorare la legislazione proponendo emendamenti alle norme che rischiano di non essere applicabili sul piano amministrativo oppure di entrare in conflitto con l’autonomia di Regioni e Comuni. Dall’altro si chiariscono meglio le rispettive competenze dello Stato e delle Regioni. Con queste due mosse si riduce il contenzioso di fronte alla Corte costituzionale che negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente tra Stato e Regioni; si semplifica la vita di cittadini e imprese, evitando che si ritrovino di fronte a legislazioni regionali diverse su materie su cui non ha senso che questo accada (disciplina del lavoro pubblico e delle professioni, della comunicazione o della produzione e trasporto nazionale dell’energia, ecc, ecc); si rende il processo legislativo più semplice ed efficace, riducendo al tempo stesso i costi del parlamento; si evita di ritrovarsi come nel 2006 o nel 2013, con risultati elettorali difficili da decifrare e da gestire che portano a governi traballanti oppure a coalizioni innaturali, dettate solo dalla paura di tornare al voto.

Se dovesse citare solo due o tre aspetti per convincere una elettrice o un elettore a votare sì quali sarebbero e perché?

Quelli che ho appena detto. Si riducono costi inutili, a cominciare da un taglio consistente del numero del parlamentari, passando per la cancellazione del Cnel fino alla fissazione di un tetto per le indennità dei consiglieri regionali, con l’effetto di rendere le istituzioni della democrazia più efficienti e più forti. Si rafforza il Parlamento, perché la Camera sarà una sede più autorevole, l’unica che dà e toglie la fiducia al Governo, con cui il Governo si dovrà confrontare. Si rendono più stabili i governi, facendo pesare la scelta del corpo elettorale, senza peraltro aumentare di un grammo i poteri notoriamente deboli del Presidente del Consiglio al contrario di quanto avrebbero voltuto il D’Alema presidente della omonima Commissione Bicamerale e i Brunetta-Calderoli della tentata riforma del 2005, tutti allora ferventi sostenitori del “premierato forte”.

Prima di concludere, il tema che spesso viene tirato in ballo per dire che questa Riforma non è positiva è il suo effetto combinato con l’Italicum. Renzi non intende metterci ancora mano eppure alcune voci, nel campo della maggioranza, sembrano possibiliste. Ci saranno modifiche?

Dire ai cittadini italiani che a ottobre si vota sull’Italicum è come aver detto che votare per la Brexit avrebbe comportato un aumento della spesa per il Servizio Sanitario Nazionale. È una bugia. La legge elettorale non è scritta in Costituzione e non è oggetto del referendum. Può essere cambiata con una legge ordinaria, prima o dopo la riforma. Quante leggi elettorali abbiamo cambiato dal 1948 ad oggi senza modificare la Costituzione? E se anche fosse vero che l’Italicum ha problemi di costituzionalità perché non soddisfa i requisiti fissati dalla Corte, sarà la stessa Consulta a intervenire, dato che esaminerà la legge elettorale a breve e comunque prima che venga utilizzata. Semmai un problema si porrà se non passa il referendum, perché si dovranno riallineare i due sistemi elettorali di camera e senato. Non è vero che il premio dell’Italicum sia smisurato. Al contrario, è più contenuto di quello prodotto implicitamente da sistemi basati sui collegi uninominali come quello francese o britannico. Al contrario di quei sistemi, garantisce rappresentanza a tutte le forze politiche di opposizione che prendano più del 3% dei voti.

Un ultima domanda: quali sono gli scenari che prospetta. Se vince il Sì cosa accadrà al PD, lacerato al suo interno da tensioni e forti contrapposizioni? E se vince il no invece?

Francamente sono più focalizzato sull’impatto del Sì e del NO sulle sorti del Paese. E a questo che dovremmo pensare tutti. Se vince il No ci ritroveremo di nuovo in una situazione di stallo. L’ennesimo fallimento metterebbe una pietra sopra le riforme istituzionali per almeno altri dieci anni. Se vince il Sì avremo un sistema politico-istituzionale più stabile e saremo più forti in Europa. Potremo contribuire a riformare le politiche della UE nel senso della riduzione delle disuguaglianze e della crescita per salvare e rilanciare il progetto europeo. Potremo continuare a risalire la china della ripresa economica e guardare al futuro con maggiore fiducia.

ultima modifica: 2016-07-07T12:17:54+00:00 da Federico Quadrelli