La prima emergenza da affrontare nel Fisco italiano è il dilagare incontrollato (e incontrollabile, a normativa vigente) della cosiddetta evasione da riscossione. L'analisi, dati alla mano, dell'esperto fiscalista Mino Rossi

A pochi giorni dalla pubblicazione dei due dossier sulle criticità di funzionamento del Fisco italiano, a cura delle massime istituzioni internazionali (Ocse-Fmi – vedasi qui), tornano assai preziosi i dati pubblicati il 23 giugno scorso dalla benemerita “nostra” Corte dei Conti (vedasi qui Rendiconto generale dello Stato  per il 2015, vol. I).

Dati che ci aiutano in primis a capire, fra le altre criticità, un’anomalia, tutta italiana, riferita al comparto delle Entrate. Incrementatasi, col passaparola, a partire dai primi anni 2000, e che ha raggiunto oggi le dimensioni di una zavorra annua fatta di ruoli per qualche decina di miliardi. I quali nascono inesigibili in partenza, poiché riferiti ad accertamenti intestati o a persone nullatenenti o a società fantasma (parliamo di circa il 40% del carico lordo).

Dimensioni e gravità del fenomeno erano già note, grazie ad alcuni dossier elaborati in passato dalla Corte dei Conti. Ma il documento di recente pubblicato conferma che il problema è  ancora lì, irrisolto. E questo grazie a un dettaglio non da poco: nel 2015, infatti,  sono stati circa 90mila, su un totale di 300mila, gli accertamenti lavorati e notificati dalle Entrate nella indifferenza dei loro destinatari. I quali non hanno né impugnato, né pagato alcunché. Il valore della relativa imposta evasa accertata, al netto delle sanzioni, è stato pari a 7,6 MLD (vedasi qui Rendiconto generale 2015 vol. I, pagine 37 e 38, Tavole 2.11 e 2.12).

Ma la novità più grande si rinviene incrociando questi ultimi dati con quelli comunicati il 9 febbraio 2016 alla Commissione Finanze del Senato, nella Audizione resa dall’amministratore delegato di Equitalia (vedi qui l’allegato Tabella 3).

Nella Tabella sottostante da noi elaborata, sono stati messi a confronto fra loro gli esiti della riscossione coattiva: sia quella su mandato della Agenzia delle Entrate, sia quella ad opera dell’Inps (insieme, i due Enti coprono l’89% del totale di 1.051 miliardi di ruoli consegnati a Equitalia con l’incarico di riscossione forzosa).

tabella mino rossi

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La tabella è molto eloquente. Perché non solo conferma che il carico iniziale delle Entrate è  davvero stratosferico (800 miliardi di euro, in quindici anni).  Ma anche perché essa dimostra che la quota Entrate del “magazzino insoluti”, ovvero la parte ufficialmente destinata al macero, “pesa” 700 miliardi (l’87% della cifra iniziale). Inoltre, al confronto con l’Agenzia fiscale, l’Inps (che di certo non è l’Ente più virtuoso al mondo) sembra la Scandinavia. Con una percentuale di 20,8 punti in meno del magazzino insoluti.  E incassi del 15,8 per cento, contro il 4,4 delle Entrate. Vale a dire che se i crediti partoriti dall’Agenzia fiscale avessero ottenuto lo stesso tasso di riscossione (più 11,4%) lo Stato avrebbe introitato fino a oggi 90 miliardi di euro in più.

Il combinato disposto di dati così univoci e convergenti, dunque, costituisce prova del fatto che la prima emergenza da affrontare nel Fisco italiano è il dilagare incontrollato (e incontrollabile, a normativa vigente) della cosiddetta evasione da riscossione. Fenomeno diffusissimo, oramai, preordinato da abili colletti bianchi capaci di blindare a monte la propria impunità patrimoniale, neutralizzando ogni futura azione esecutiva di Equitalia.

Il tutto nascondendosi dietro grappoli di società fittizie – del tipo “apri e chiudi” – che solo momentaneamente appaiono in regola. E che si passano tra loro il testimone, dopo pochi mesi di vita, prima di scomparire nel nulla (magari spostando la sede legale in un paradiso fiscale… il più lontano possibile). Nel mentre, gli sconosciuti burattinai (destinati quasi sempre a rimanere anonimi) ci sguazzano per davvero, affogando nella enorme liquidità illecita loro consentita dalle vendite commerciali esentasse. Vendite effettuate camaleonticamente alla pari, nel mercato legale, dove però tutte le altre aziende, quelle sane, sono spinte fuori mercato poiché queste ultime l’Iva, l’Ires, l’Irap e i contributi Inps, li versano fino all’ultimo euro. Puntualmente.

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