Estratto dal libro scritto dal giornalista e politologo Andrew Spannaus dal titolo "Perchè vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell'America" (Mimesis Edizioni) presentato oggi al Centro Studi Americani

Si terrà oggi alle 17,30 al Centro Studi Americani la presentazione del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America” (Mimesis Edizioni), scritto dal giornalista e politologo Andrew Spannaus. All’appuntamento – moderato da Roberto Arditti – parteciperanno la deputata e delegata all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa Deborah Bergamini, la giornalista di Sky TG24, Maria Latella, Alessandro Forlani – già deputato e membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – e Lorenzo Castellani della Fondazione Einaudi.

L’appuntamento rientra nel ciclo di incontri organizzato dal Centro Studi Americani per conoscere più da vicino i due candidati alle presidenziali Usa. Nella prossima iniziativa – che si svolgerà giovedì prossimo, 21 luglio, alle 17,45, sempre presso la sede del CSA – si parlerà invece della candidata democratica. “Hillary Clinton, una donna alla Casa Bianca?” è il titolo del dibattito cui interverranno il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il direttore di Aspen Institute Italia Marta Dassù e la deputata – membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – Lia Quartapelle. L’incontro – introdotto dal vicepresidente del Centro Studi Americani Peter Alegi – sarà  moderato dalla firma di Formiche.net Giampiero Gramaglia.

Di seguito pubblichiamo il capitolo del libro di Andrew Spannaus dedicato al programma di Donald Trump

Al primo posto tra i temi affrontati da Donald Trump nella campagna elettorale c’è l’economia. Gli altri punti che troviamo nel programma ufficiale sul suo sito sono quasi tutti collegati; solo la difesa del diritto di possedere le armi risponde a una posizione ideologica tradizionale del Partito repubblicano.

IL MURO CON IL MESSICO

Trump parla spesso del problema dell’immigrazione e ha usato la proposta di costruire un muro tra gli Stati Uniti e il Messico come provocazione per dimostrare di essere ben diverso dall’establishment del partito che non vuole offendere gli ispanici. L’idea, spiegata nei dettagli sul suo sito, è addirittura di far pagare al Messico il costo della costruzione del muro, giustificato con il fatto che gli Usa già pagano troppo per via della criminalità esportata dal vicino meridionale: «Le bande, i trafficanti di droga e i cartelli hanno sfruttato liberamente i nostri confini aperti e commesso un vasto numero di crimini negli Stati Uniti», si legge.

L’idea del muro con il Messico ha provocato reazioni forti nella classe politica messicana, naturalmente, ed è servita per monopolizzare la discussione nei media. Non si contano gli esperti e i commentatori che l’hanno ridicolizzata dal punto di vista politico ed economico. Tuttavia, come al solito nel caso di Trump, i media rispondono alla provocazione, ma la loro analisi è troppo superficiale. Infatti, chi legge attentamente la proposta – è molto breve, quindi sarebbe facile per chiunque – constaterà che anche qui si pone l’attenzione sul problema della perdita di posti di lavoro produttivi. Propone di utilizzare come leva per fermare l’immigrazione clandestina il fatto che il Messico dà «sussidi economici sleali» che hanno «eliminato migliaia di posti di lavoro americani». Minaccia di imporre forti dazi sulle importazioni, facendo notare che l’impatto sui prezzi sarebbe «più che compensato dai guadagni economici e reddituali dovuti all’aumento di produzione negli Stati Uniti».

Insomma, la proposta di Trump è demagogica e ridicola, ma le sue origini sono profonde. Probabilmente non sarebbe neanche fattibile creare un muro così lungo, per via dei costi di costruzione e operativi; eppure contrastare solo la proposta del muro senza capire le basi su cui si poggia è poco efficace. Le persone possono sostenere le idee più strane se rispondono a un bisogno più basilare che il mondo politico sembra ignorare.

Un’altra proposta di questo tipo è stata quella di vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani, pronunciata poco dopo gli attentati di San Bernardino in California ai primi di dicembre 2015. Trump ha detto che probabilmente la proposta «non è politically correct, ma non me ne importa». Con giudizi sommari e superficiali il candidato ha sfruttato gli attentati di Parigi e poi di San Bernardino per presentarsi forte sulla sicurezza nazionale. La proposta specifica di blocco sull’entrata dei musulmani è ovviamente sbagliata da più punti di vista, considerando anche che gli attentatori in California erano cittadini americani. Per Trump è stata utile come provocazione, tant’è che il 12 maggio, dopo l’uscita di scena di tutti gli altri candidati repubblicani, ha subito cominciato a fare marcia indietro, definendo la proposta solo una cosa temporanea e un suggerimento finché non si capirà bene cosa sta succedendo.

IL COMMERCIO CON LA CINA

La Cina ha un posto speciale, nelle argomentazioni di Trump, simile al Messico. Come molti altri nel mondo politico americano Trump si scaglia contro la manipolazione del tasso di cambio da parte dei cinesi, accusando la crescente potenza asiatica di impiegare il protezionismo per tenere chiusi i propri mercati mentre allo stesso tempo aggredisce i mercati esteri con pratiche scorrette. Prende di mira la decisione di includere la Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) avvenuta nel 2000, quando il presidente Bill Clinton promise che si trattava di un «buon accordo per l’America». Al contrario – afferma Trump – da allora gli Usa «hanno visto chiudere più di 50.000 fabbriche e perso decine di milioni di posti di lavoro… È un esempio tipico di come i politici di Washington hanno fallito per il nostro Paese». Trump non critica il libero commercio in sé, ma dichiara che il commercio deve essere anche equo. Per garantire questo cambiamento promette di costringere i cinesi a rinegoziare le condizioni commerciali tra i due Paesi, rafforzando la posizione americana attraverso il miglioramento dell’economia domestica e anche con una forte presenza militare nei mari vicini alla Cina.

TASSE E WELFARE

Sui temi fiscali il programma di Trump sembra più vicino alle posizioni canoniche dei repubblicani. Propone di abbassare le aliquote fiscali per tutti, ma di rimuovere le numerose esenzioni e detrazioni di cui usufruiscono soprattutto le grandi società. Conta anche su un’amnistia per rimpatriare i fondi detenuti all’estero dalle multinazionali. Allo stesso tempo promette di attuare una proposta cara anche a molti progressisti: la rimozione delle esenzioni per i profitti conseguiti all’estero. Su questo punto si trova vicino all’Amministrazione Obama, che sta lavorando per limitare la possibilità da parte delle corporation americane di trasformarsi in società estere al solo scopo di pagare meno tasse. L’opposizione a questa «scappatoia fiscale antipatriottica» – così l’ha definita il presidente – è perfettamente coerente con la visione di Trump: riportare il lavoro in America, piuttosto che fare favori all’élite che gestisce i grandi capitali. Più sorprendente, e anti-repubblicana, è la posizione espressa da Trump ai primi di maggio sulle tasse per i ricchi: «Io sono disposto a pagare di più, e sapete una cosa, i ricchi sono disposti a pagare di più». Siamo ben lontani dalle posizioni di Mitt Romney nel 2012, che difendeva a spada tratta la tassazione bassa sul reddito da capitale.

Anche le proposte in merito alla sanità sembrano a prima vista classiche ricette repubblicane: eliminare l’Obamacare, creare “conti di risparmio sanitari” esentasse, permettere agli stati di gestire i fondi per il Medicaid (l’assistenza sanitaria per i poveri). Su questo punto Trump sembra credere di nuovo nel libero mercato, ma i pionieri dell’austerità sono poco convinti. Come molti altri politici repubblicani il presidente della Camera Paul Ryan è stato restio a sostenere Trump. Ryan, candidato vicepresidente con Romney nel 2012 e nome già in discussione per il 2020 se Clinton dovesse vincere quest’anno, è un seguace di Ayn Rand, la scrittrice russo-americana che ha ispirato una generazione di ultraliberisti negli Stati Uniti, compresi personaggi come l’ex capo della Federal Reserve Alan Greenspan. Da presidente della Commissione Bilancio della Camera, Ryan ha proposto continuamente forti tagli al welfare, a partire dalla privatizzazione dei due programmi più importanti e popolari dello stato sociale americano: il Social Security, cioè le pensioni pubbliche, e il Medicare, l’assistenza sanitaria gratuita per gli ultrasessantacinquenni. Ryan e l’establishment del Partito repubblicano sanno bene che le posizioni di Trump in merito alla spesa pubblica sono tutt’altro che conservatrici; infatti promette di salvaguardare le protezioni sociali di base, opponendosi a qualsiasi taglio al Social Security, per esempio.

La paura principale del partito è che Trump ucciderà il conservatorismo. Questa preoccupazione è stata espressa in un commento sul Wall Street Journal di Bret Stephens il 9 maggio. Secondo l’autore l’unica speranza per la causa del conservatorismo è una vittoria di Hillary Clinton, che provocherebbe una reazione favorevole ai conservatori pochi anni dopo. Nell’argomentare contro Trump, Stephens – vicedirettore della pagina editoriale – chiede: Dove sono le indicazioni che come presidente il signor Trump appoggerà le idee conservatrici sulle tasse, sul commercio, sulla regolamentazione, sul welfare, sulla politica sociale, giudiziaria ed estera, e tanto meno sul comportamento personale?

Questa è la caratteristica centrale della candidatura di Donald Trump. Oltre alle offese e alle provocazioni, Trump non piace all’establishment per un motivo molto più profondo: non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori del perimetro delle forze politiche che hanno gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – non basterebbe che Trump smorzasse i toni ed evitasse gli insulti e le proposte provocatorie; c’è un problema più serio, una minaccia mortale al modus operandi della politica contemporanea.

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