Il 9 maggio 1978 muore a Roma il Segretario politico della Democrazia Cristiana Aldo moro.Furapito il 16 marzo, giorno in cui Giulio Andreotti presentava il nuovo governo, il quarto guidato da lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

Moro si apprestava a salire sulla sua Fiat 130 che lo trasportava come tutti i giorni dalla sua abitazione sita in Monte Mario di Roma alla Camera dei Deputati, quando fu raggiunto da un commando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa.

 


Il blitz fu veloce e sanguinario, uccisero in pochi secondi tutti i componenti della scorta e lo sequestrarono. 55 giorni dopo nel covo di via Camillo Montalcini le BR decisero di mettere la parola fine alla questione Moro, gli intimarono di salire nel portabagagli di una Renault 4 rossa, lo fecero coricare e coprirsi con una coperta, subito dopo gli spararono 10 cartucce, giustiziandolo come un cane.
Il corpo fu rinvenuto il 9 maggio a Roma in via Caetani. Guardando le cronache del tempo, subito ci rendiamo conto che qualcosa è andato storto, che uno degli elementi principali che poteva salvare quella vita era venuta meno, lo Stato.

 


Papa Paolo VI officiò la solenne commemorazione in onore dell’amico Aldo Moro a cui parteciparono le più importanti personalità politiche italiane, addirittura venne trasmesso il tutto in televisione, peccato che anche in quel contesto mancasse l’attore principale, la famiglia non vi partecipò, così come non fu presente il corpo di Moro, rifiutarono il funerale di Stato e scelsero la forma privata, tutto questo non per una bizza, ma per dare un segnale, lo Stato italiano aveva fallito.La notizia che ha sconvolto tutti pochi giorni fa, riporta a galla pensieri e angosce ormai sepolte da 30 anni con alcuni elementi di quel sequestro che confermano la tesi della famiglia Moro – lo Stato ha deciso deliberatamente di non salvargli la vita .

Le dichiarazioni in merito non sono semplici illazioni di un chicchessia qualsiasi ma è frutto di una deposizione da parte del più potente boss camorrista della storia d’Italia, Raffaele Cutolo che ha raccontato come sono andati i fatti al procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino e il sostituto Eugenio Albamonte durante un interrogatorio nel carcere di Parma, il 25 marzoscorso.Ormai settantacinquenne il boss della nuova camorra organizzata, detenuto dal 1979, arricchisce tutta questa storia di particolari rilevanti al fine della verità, sostenendo che poteva liberare dal sequestro il Segretario della DC ma forti pressioni politiche lo avevano bloccato.

 

Chi fermò l’intervento di Cutolo fu Antonio Gava leader democristiano partenopeo soprannominato “il viceré” per la sua capacità di spostare consensi e di influire incisivamente sulla vita politica italiana.

Gava secondo le dichiarazioni di Cutolo aveva fatto pressioni purché non si salvasse la vita di Moro forse per uno scopo ben preciso, come il diventare Ministro dell’Interno di lì a poco.

Cutolo aveva studiato l’intervento per liberare Moro insieme a Nicolino Selis, un malavitoso della banda della Magliana conosciuto in carcere e diventato suo uomo di fiducia su Roma.

Selis era diventato l’anello di congiunzione con le Br, gli aveva rivelato durante un incontro ad Albanella, un paese in provincia di Salerno dove Cutolo s’era rifugiato e fu poi arrestato nel 1979 (ndr) la posizione esatta dove era detenuto il Segretario, perché lui stesso era stato latitante in quel palazzo.

Dopo l’incontro con Selis ci fu un contatto con il proprio avvocato Francesco Gangemi (DC anche egli ndr) che chiese a Cutolo di acquisire notizie sulla prigionia di Moro.

Cutolo si disse a disposizione ma prima voleva incontrare l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che declinò l’invito: «Fu l’unico a comportarsi bene, nel senso che disse “io non lo posso incontrare perché sennò lo devo fare arrestare, però se si interessa vediamo quello che si può fare”».

Ci fu poi l’intervento di Vincenzo Casillo detto o’ Nirone braccio armato di Cutolo che fece bloccare l’ingerenza del boss, perché un importante interferenza aveva chiesto il fermo dell’operazione (Gava ndr) , Cutolo a quel punto dovette spiegare al suo avvocato che aveva le mani legate e non poteva farci più nulla, : «Piangeva, Gangemi, diceva se potevo fare qualcosa, ma io non ho fatto più niente».

 


Questa in verità non è una storia completamente nuova alle orecchie degli inquirenti e dei PM, era stata già raccontata oltre vent’anni fa, sulla quale non furono mai trovati riscontri attendibili, anche se molto di ciò che dice Cutolo riproduceva pari pari dichiarazioni di pentiti di mafia, dal calibro di Tommaso Buscetta.

Alla domanda se era a conoscenza di altri segreti o circostanze anomale, Cutolo risponde

«io ero all’apice della criminalità organizzata, mi dicevano tutto, ogni cosa che succedeva… Se sapessi altre cose le direi, perché non ho niente da perdere né da guadagnare. Anzi, da guadagnare per aiutare la famiglia Moro a scoprire la verità, ma penso che non si scoprirà mai… Perché, come si dice, quando ci sono implicate persone molto in alto… la puzza più in alto è e più si sente. Non l’hanno voluto salvare, questo ve lo posso dire».

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