Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi

I lineamenti di una politica di sviluppo sono stati tratteggiati dal Governo dopo la batteria di cattive notizie ferragostane (stagnazione del Pil, difficoltà di chiudere i conti pubblici per il 2016 come previsto nella legge di stabilità, possibile nuova manovra di bilancio prima della fina dell’anno, probabilità di nuove richieste alle autorità europee di ulteriore flessibilità nella gestione della finanza pubblica e di ulteriori rinvii di quell’equilibrio di bilancio previsto per il 2014 da una legge costituzionale rinforzata).

Era urgente che venissero tratteggiati anche perché la stampa estera ha commentato i dati ferragostani, sostenendo da un lato che l’Italia (non più la Grecia ‘sotto protettorato’) è diventata l’anello debole dell’intera Unione Europea (UE) ed affermando, più o meno apertamente, che la vittoria del ‘No’ al referendum sulla riforma costituzionale porterebbe il Paese nel caos. C’è da augurarsi che la seconda di queste affermazioni non sia stata suggerita da anime troppo zelanti di Palazzo Chigi. Non solo perché è tutta da dimostrare. Soprattutto perché è controproducente: nessun cittadino, di nessun Paese, vuole farsi dire da stampa straniera come e per chi votare; anzi nel segreto dell’urna si esprimerebbe proprio in senso opposto a quanto suggeritogli.

Veniamo ai punti centrali del programma di rilancio. Con un lessico quasi dannunziano, si propone un macroprogramma tematico e territoriale. In linguaggio piano ed italiano, ciò vuole dire un programma di investimenti pubblici di circa 40 miliardi di euro concentrati su una decina di progetti di grande spessore, non spezzettato in circa 250 interventi come nei macroprogrammi precedenti. L’operazione verrebbe concertata da una ‘cabina di regia’ costituita da Presidenza del Consiglio, Ministero delle Infrastrutture e Ragioneria Generale dello Stato.

Con questo punto non si può non essere d’accordo, soprattutto dato che, come sostenuto più volte su questa testata, il tracollo dell’investimento pubblico (dal 3,5% del Pil negli anni ottanta a circa l’1% negli ultimi esercizi di bilancio) è stato una delle determinanti del rallentamento prima e della recessione e stagnazione poi. Ci sono, però, numerosi punti da chiarire. I 40 miliardi sono aggiuntivi a quanto già stanziato (ed in tal caso da dove vengono le risorse) o semplicemente di una riorganizzazione della spesa in conto capitale o di un compattamento (in una decina di etichette) dei 250 interventi già programmati ed in parte in corso di esecuzione? Solo dopo una risposta chiara a questa domanda si potrà tentare di esprimere un giudizio. In secondo luogo, nell’approntare una ‘cabina di regia’ si è tenuto conto delle esperienze precedenti in questo campo? Non sono state positive; invece di snellire e sveltire hanno creato un nuovo livello di contrattazione tra ministri, alta burocrazia ed enti locali. Sarebbe utile sapere quali provvedimenti sono stati presi per evitare di ricadere nelle stesse trappole.

In terzo luogo, occorre che si precisi in che misura si è tenuto conto dell’introduzione del Nuovo Codice degli Appalti, che richiedere una fase di apprendimento da parte di parte di tutti i soggetti coinvolti (anche se non necessariamente di tre anni, come sostiene l’ANCE). Infine, si ha vera contezza della platea di progetti effettivamente cantierabili? In questi ultimi due lustri, dato l’assottigliarsi dell’investimento pubblico, le amministrazioni hanno smesso di preparare progetti che sarebbero rimasti sogni nel cassetto; lo stesso fondo per la progettazione istituto nel lontano 1999 è stato utilizzato solamente al 33% delle risorse disponibili. In breve, i dieci grandi interventi sono progetti preliminari od esecutivi, sono dotati di computi metrici dettagliati , quale è lo stadio dei loro appalti? C’è rischio di farsi le solite illusioni nella convinzione che nel breve periodo l’investimento pubblico attiva capacità produttiva e crea, quindi, occupazione e nel medio- lungo migliora la qualità del capitale sociale e, quindi, la produttività. Ma se mancano le specifiche tecniche e giuridiche, nessun CIPE e nessuna cabina di regia può trasformare le buone intenzioni in realtà.

Soprattutto, l’investimento pubblico e l’infrastrutturazione sono necessari ma lontani dall’esser sufficienti, specialmente in un Paese con vocazione manifatturiera. Le proposte ed i disegni di legge sulla concorrenza e sull’innovazione giacciono in un Parlamento che in settembre non si occuperà di questi temi ma di droghe leggere e step adoption.

Qualsiasi misura in materia di infrastrutture deve essere accompagnata da una politica per l’innovazione. Proposte concrete sono state approntate dal libro di Salvatore Zecchini “La Politica Italiana per l’Innovazione: Criticità e Confronti promosso ed edito dal Centro Studi Impresa Lavoro”. Sono state prese in considerazione?

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