L'approfondimento di Emanuele Rossi

Dalla nostra prospettiva, il gasdotto Nord Stream 2 è decisamente un “cattivo affare per l’Europa”, che rischia di “affidarsi così tanto alla Russia” e questo “destabilizzerebbe notevolmente l’Ucraina”, mentre “l’Europa ha bisogno di diversificare le fonti di gas”. Lo ha affermato Joe Biden, il vice presidente americano, durante la conferenza stampa a margine dell’incontro in Svezia con il primo ministro Stefan Lofven.

IL PROGETTO

Nord Stream 2 è il (discusso) progetto per raddoppiare il gasdotto già presente – 55 miliardi di metri cubi trasportati all’anno – che trasporta gas naturale dalla Russia direttamente alla Germania, attraverso le rotte del Mar Baltico. La traiettoria seguita dall’infrastruttura permetterebbe a Mosca di aggirare l’Ucraina come paese di transito, facendo così arrivare l’80 per cento del gas russo diretto in Europa direttamente a Greifswald, nella Germania nordoccidentale.

L’OPPOSIZIONE AMERICANA (E ITALIANA)

La bocciatura di Biden ripercorre una linea della Casa Bianca già nota, e ripete la posizione ufficialmente espressa dall’inviato speciale Usa per le questioni energetiche, Amos Hochstein; il fatto che la stragrande percentuale del gas russo arrivi in un solo punto “non è sano” aveva detto in un’intervista al Corriere della Sera a maggio. Il premier italiano Matteo Renzi è stato il primo in Europa ad opporsi al Nord Stream 2, con un intervento esplicito durante un vertice Ue nel dicembre 2015, durante il quale fece notare alla Cancelliera Angela Merkel che non vi era alcuna coerenza politica tra quel progetto e il rinnovo delle sanzioni economiche contro la Russia (sanzioni che a giugno sono state di nuovo confermate fino al 2017). Elizabeth Buchanan su Foreign Affairs ha scritto che Mosca sta beneficiando della Brexit, sia perché si troverà davanti un fronte pro-sanzioni più morbido, sia perché troverà — sempre con l’uscita del Regno Unito — meno intralci al gasdotto (Londra è capofila tra i contrari).

WASHINGTON: UNA DOPPIA MOTIVAZIONE

Gli Stati Uniti considerano Nord Stream 2 una sorta di problema di sicurezza nazionale: c’è una doppia motivazione, geopolitica e commerciale. La sua costruzione creerebbe squilibri nel Vecchio Continente secondo gli americani, mettendo da un lato un’Europa occidentale potente e tecnologicamente avanzata, dall’altro un’Europa orientale scarsa di infrastrutture e schiacciata sempre di più dalla pressione e dal ricatto della Russia; paesi come Ucraina e Slovacchia sarebbero isolati. Tutto mettendo a repentaglio dell’Unione energetica europea, progetto che potrebbe essere raggiunto, per Washington, attraverso il Gas naturale liquefatto (Lng) americano, ed è questa la motivazione commerciale. Dal dicembre scorso il Congresso ha rimosso completamente il divieto all’esportazione di gas e petrolio (una misura che era stato introdotta a partire dalle crisi petrolifere degli anni Settanta, per non intaccare le riserve strategiche). La produzione di shale gas (il gas estratto dalla fratturazione di particolari formazioni rocciose) ha subito rallentamenti a causa del petrolio a basso costo, tuttavia procede e ha trasformato gli Stati Uniti in un paese esportatore, per altro a basso costo. Al terminal di rigasificazione portoghese di Sines è approdata a maggio la prima nave che ha trasportato Lng americano, e l’America considera altamente strategica questa una linea geopolitica (su cui Hochstein mesi fa si è impegnato in attività di lobbying). Oltre ad una rete mediterranea, con impianti di rigasificatori in Portogallo, Spagna e in Grecia (ad Alexandroupoli c’è già un progetto di ampliamento), Washington vorrebbe aprire delle rotte al nord, con gasdotti di interconnessione che taglierebbero il Baltico (magari) a supporto dell’approvvigionamento energetico di paesi strategici come Estonia, Lituania, Lettonia e Finlandia.

LA BOCCIATURA POLACCA

Più forte della bocciatura americana, qualche giorno fa è arrivato l’abbandono preliminare del progetto, che è gestito dalla società Nord Stream AG (North European Gas Pipeline Company) di cui il 51 per cento dell’azionariato è detenuto dal colosso dell’energia russo Gazprom, da parte dei partner europei. Il 15,5 era detenuto dalle due più grandi società di gas tedesche, Ruhrgas e Wintershall, un 9 per cento dalla olandese N.V. Nederlandse Gasunie (proprietaria di circa 12 mila chilometri di rete infrastrutturale energetica in Olanda e oltre tremila in Germania) e un altro 9 per cento dalla Engie, azienda energetica francese che opera nel settore della produzione e distribuzione di energia elettrica. I paesi europei non avanzeranno per il momento richiesta per costituire la joint venture, dopo che l’UOKiK (Urząd Ochrony Konkurencji I Konsumentów), l’antitrust polacco, ha ritenuto inadeguata la partecipazione delle società UE al progetto mentre tutte hanno business avviati anche in Polonia (per questo l’UOKiK aveva voce in capitolo, sebbene la traiettoria percorsa dal gasdotto non taglia il suolo polacco). Ora, come ha spiegato il professore Jack Sharples, della European University di San Pietroburgo, oltre che a rendere complicata l’attrazione di investimenti, mina le basi del sostegno politico, perché i rispettivi paesi europei potrebbero diventare man mano disinteressati se le proprie aziende dovessero uscire definitivamente. Gazprom ha subito specificato che i partner hanno già in studio escamotage legali per la partecipazione, e che Nord Stream 2 andrà avanti: in un commento su EuObserver.com Sijbren de Jong, analista sulle strategie energetiche del The Hague Centre for Strategic Studies (HCSS), ha spiegato che è interesse di Mosca tenere in piedi il progetto, facendo pressione sulla redditività dello stesso, anche solo per ottenere un sollevamento della sanzioni; in effetti la Germania ha da sempre un atteggiamento più morbido sui dazzi punitivi alla Russia, anche per via della stretta partnership economico-commerciale.

IL RIAVVICINAMENTO CON LA TURCHIA

Sullo sfondo delle parole di Biden, da leggere anche il nuovo impegno al fianco della Turchia. Il vicepresidente è arrivato in Svezia di ritorno da una serie di incontri ad Ankara, in cui ha cercato di rassicurare l’alleato mediorientale e Nato, sulla stabilità delle relazioni. I turchi sono piuttosto indispettiti con Washington che ha negato l’estradizione a Fetullah Gulen, esiliatosi negli Usa e considerato dalla Turchia il responsabile del fallito golpe del 15 luglio. I contrasti in realtà sono già aperti da tempo, con Ankara che accusa gli americani di muoversi troppo lentamente su vari fascicoli regionali, come la crisi siriana: non è un caso che la più ambiziosa e ampia missione turca in Siria, contro l’Isis e in anticipo sulle mosse curde, sia stata lanciata mercoledì, proprio poche ore prima dell’arrivo di Biden, che ha benedetto l’operazione. Ankara s’è da poco riavvicinata a Mosca, e questo significa che il progetto Turkish Stream (in parte alternativo a quello del nord), altra pipeline del gas russo che dovrebbe tagliare le rotte ucraine, è tornata a essere fattibile. Washington la ritiene una soluzione più cavalcabile del Nord Stream dal punto di vista strategico, perché rappresenta una differenziazione piuttosto che una concentrazione delle forniture.

Venerdì i ministri degli Esteri americani e russi si incontrano a Ginevra, sul tavolo il grande dossier siriano, ma anche altri di elevata importanza, come la crisi ucraina e il mantenimento degli equilibri europei. Nello stesso giorno Merkel è a Varsavia per incontrare i rappresentanti del gruppo di Visegard (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria).

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