L'articolo di Rossana Miranda

C’era da aspettarsela l’eclissi politica di Paul Manafort, principale consigliere di Donald Trump durante le primarie repubblicane (qui il ritratto di Formiche.net). Dopo il crollo di sei punti percentuali rispetto a Hillary Clinton nell’ultimo sondaggio del sito RealClearPolitics (47,2 per cento contro il 41,2), e le rivelazioni del New York Times sul denaro che Manafort avrebbe ricevuto da un partito filo-russo in Ucraina (qui l’articolo di Emanuele Rossi), arriva un nuovo rimpasto nello staff del candidato repubblicano: Donald Trump ha nominato Stephen Bannon Chief Executive della campagna e Kellyanne Conway manager delle strategie.

LA FINE DI MANAFORT

Manafort, lobbista italo-americano, aveva detto al Washington Post che, una volta ottenuta la nomination, Trump avrebbe presentato in modo diverso il suo messaggio. “Avevamo un messaggio che ha funzionato – aveva dichiarato Manafort – ma che non era pensato per l’intera durata della campagna. Bisogna creare un nuovo modello, più tradizionale, e Trump lo sa”. Ma il magnate immobiliare non vuole cambiare né strategia né tono. In un’intervista a un’emittente locale del Wisconsin ha detto: “Sapete chi sono. Non voglio cambiare. Cioè, bisogna essere se stessi. Se si comincia a cambiare, si rischia di non essere onesti con le persone”.

LE MOTIVAZIONI DI TRUMP

Per Trump, Bannon è una persona “estremamente competente e qualificata, una persona alla quale piace vincere e  sa come vincere”. In un comunicato, il candidato ha spiegato che questi cambiamenti “arrivano in un momento significativo […] insieme al primo grande acquisto di annunci televisivi  in vista delle elezioni di novembre, che cominceranno a essere trasmesse venerdì 19 agosto in Stati determinanti come Florida, Ohio, California del nord e Pennsylvania”.

L’ARTICOLO DI BLOOMBERG

Bannon non ha esperienza in campagne politiche, eppure, in un articolo pubblicato da Bloomberg Politics, è definito “l’operatore politico più pericoloso degli Stati Uniti”. In qualità di direttore del sito web conservatore Breibart, Bannon ha sempre difeso lo stile populista del candidato repubblicano e non si è limitato nelle critiche a figure del Partito repubblicano che gli sono ostili, come il presidente della Camera dei rappresentanti Paul Ryan.

CROCIATA DI DESTRA

Per Bloomberg, Breitbart è “un sito populista della crociata della destra, discendente diretto di Drudge Report, e un rifugio per chi pensa che Fox News sia troppo educata e riservata”. Bannon ha fatto parte anche dell’Huffington Post e dal 2007 al 2009 è stato direttore di Affinity Media. Nel 2015, il blog Mediaite lo ha scelto come uno dei “25 personaggi più influenti nel mondo delle notizie politiche”.

PRODUZIONE DI HOLLYWOOD

Bannon non si è sempre dedicato all’informazione e alla politica. In America è anche conosciuto come regista e produttore. Dal 1991 a oggi ha diretto otto documentari sulla corruzione, la politica e l’economia mondiale e ha prodotto 16 film. Tra i più famosi ci sono Titus (1999), Generation Zero (2010) e Clinton Cash (2016).

L’ARTE DI REINVENTARSI

Professore di Amministrazione di impresa all’Università di Harvard e co-fondatore del Government Accountability Institute a Miami, Bannon si è saputo reinventare più volte. È stato un banchiere di Goldman Sachs, ha saputo distinguersi nell’ambiente grigio di Washington e ha frequentato un master serale in sicurezza nazionale alla Georgetown University. “È stato ufficiale di marina, banchiere, regista a Hollywood, impresario politico – si legge su Bloomberg – […] Quando Donald Trump ha deciso di lanciarsi nella corsa per la presidenza, Bannon lo ha incoraggiato per la sua visita al confine Stati Uniti-Messico”. Per alcuni analisti, la nomina di Bannon come stratega della campagna elettorale di Trump è un chiaro segno di continuità degli scontri con i media.

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