L'approfondimento di Andrea Affaticati

Alla fine Bayer ce l’ha fatta a mettere le mani sulla compagnia americana Monsanto, il numero uno al mondo nel settore dei pesticidi. A dire il vero l’affare sembrava già concluso in maggio, ma poi, all’ultimo momento agli americani 122 dollari per azione sembravano pochi. E così Bayer ne ha aggiunti altri 6 per azione, pagando complessivamente 66 miliardi di dollari.

Come scrivevano i media tedeschi si tratta della più grande acquisizione mai fatta da parte di un’impresa tedesca, una cifra così non era stata pagata nemmeno per la fusione Daimler Chrysler. In compenso Bayer, fino a oggi conosciuto soprattutto per essere uno dei big nel settore farmaceutico, può ora aspirare a diventare il numero uno nel settore chimico-agrario. Per non parlare dell’incremento del volume d’affari che ne seguirà. Almeno stando alle aspettative del Ceo del gruppo di Leverkusen Werner Baumann, il quale prevede un incremento pari a un valore di 1,5 miliardi nei prossimi 3 anni. E visto che Baumann non è nuovo a questo tipo di acquisizioni, nel 2006 porto a buon fine quella di Schering per 17 miliardi di euro, c’è chi si fida di queste previsioni.

Molto più riservata è stata la reazione dei media tedeschi. E nemmeno tanto per il futuro economico di questo accordo. Lo scetticismo riguarda un aspetto che è molto più psicologico. Il fatto che Bayer si sia messa in casa il numero uno dei produttori di sementa transgeniche, oltre che dell’inviso crittogamico “glifosato”, ha smorzato decisamente gli entusiasmi. La maggioranza dell’opinione pubblica tedesca è decisamente contraria a prodotti transgenici e all’uso del glifosato (di cui Monsanto è però primo produttore), sospettato di provocare il cancro e per questo al vaglio delle autorità competenti dell’Ue.

E così a partire dai titoli, i giornali esprimevano tutta la loro diffidenza. Il settimanale Zeit titolava “Ma chi si è portato in casa la Bayer?”, mentre sul sito di Money si leggeva “Insieme a Monsanto Bayer acquisisce anche un problema di immagine”. Un problema di immagine che poi la Westdeutsche Allgemeine Zeitung (Waz) spiegava ai lettori: “Non sarebbe la prima volta che i signori ai piani alti sbagliano i conti, perché sottovalutano il danno di immagine. Un fattore ‘soft’ che però diventa pensante se un’impresa dipende principalmente dalla massa dei consumatori. E’ il caso della compagnia farmaceutica e chimica di Leverkusen, molto del gigante delle sementmedia, a Monsanto […] Bayer dunque compera insieme a Monsanto anche un problema di immagine […] il colosso americano con i suoi prodotti transgenici si è fatto nemici acerrimi in tutto il mondo. Non va poi trascurato il fatto che la questione se vietare o meno il glifosato a livello di Ue non è stata ancora definita. E se l’anno prossimo Bruxelles dovesse decidere per il divieto, sarebbe un duro colpo per la Bayer”.

Ma non sono solo i media normali a essersi mostrati critici, anche quotidiani di chiaro stampo liberista o addirittura economici hanno sottolineato i pericoli e rischi insiti a questa acquisizione. La Frankfurter Allgemeine Zeitung metteva in evidenza che l’affare non era ancora in porto, perché si attende ancora il via libera delle autorità Usa e Ue garanti della concorrenza. Infine aggiungeva la Faz: “Il compito di questo settore è quello di trovare attraverso una concorrenza dura ma leale, le risposte che garantiscano in futuro il cibo a tutta l’umanità. Ma non è detto che la strategia perseguita da questi colossi innamorati della fusione porti a questa risposta. Perché a ben vedere l’innovazione non necessita di dimensioni mastodontiche”.

Non sono, però, solo gli analisti a essersi mostrati scettici. Anche la Borsa di New York non ha festeggiato la fusione con un fuoco di artificio. Mercoledì, giorno in cui è stata annunciata la fusione, il titolo Monsanto è rimasto invariato. Il giorno dopo ha invece perso l’1 per cento. Il perché ha provato ad analizzarli il quotidiano economico Handelsblatt. Il fatto è che gli azionisti di Monsanto temono che le autorità della concorrenza non diano così facilmente il via libera alla fusione. “Un timore documentato anche dal default premium che Bayer ha dovuto aumentare da 1,5 miliardi a 2 miliardi di dollari”. A Monsanto spetterebbero infatti 3 miliardi di dollari di risarcimento, qualora le autorità si opponessero all’accordo.

Infine ha suscitato scalpore anche il prezzo sborsato da Bayer. Eccessivo perché, come riportava il sito finanzen.net, “anche se tra il 2000 e il 2012 i ricavi netti di Monsanto sono decuplicati, da allora non c’è stato più alcun incremento”. Semmai, a non voler inferire, bisognerebbe parlare di stagnazione, anche se il terzo trimestre di quest’anno ha fatto registrare una contrazione del volume di affari dell’ 8,5 per cento. Motivo per cui il portavoce di Union Investment a finanzen.net dichiarava: “Non c’è dubbio che dal punto di vista imprenditoriale la fusione ha senso. Ma certo non a tutti i costi”.

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