L'approfondimento di Giancarlo Salemi dopo la fusione societaria decisa a Pechino

Pechino non si ferma. Anzi sull’acciaio raddoppia, mettendo in cantiere una maxi fusione, la più importante dell’anno, tra due imprese statali: il colosso Baosteel, già secondo produttore cinese e Wuhan Iron and Steel Group, all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale di produzione di alluminio. Insieme creeranno il secondo gruppo mondiale manifatturiero, tallonando l’indiana Arcelor Mittal e, soprattutto, lasciando a bocca aperta chi, sia negli Usa che in Europa, credeva nella possibilità che la Cina facesse un passo indietro sull’acciaio dopo le minacce di ricorsi al Wto, le misure antidumping intraprese e la presa di posizione sia dell’amministrazione Obama che della Commissione europea sulla sovrapproduzione di Pechino nel comparto siderurgico.

I due gruppi, entrambi quotati sulla Borsa di Shanghai, si fonderanno grazie alle emissioni di nuove azioni da parte di Baosteel destinate agli azionisti di Wuhan con l’obiettivo di assorbire l’intera compagnia entro l’anno. Il nuovo gruppo, secondo quanto riferisce China News, si chiamerà China Baowu Iron and Steel Group. Per capire bene di cosa si sta parlando, lo scorso anno la capacità produttiva combinata delle due società ha raggiunto i 60,7 milioni di tonnellate, secondo i dati della World Steel Association. Baosteel ha chiuso lo scorso esercizio con un utile netto in calo dell’83 per cento a 1 miliardo di yuan mentre Wuhan Steel ha perso 7,5 miliardi di yuan a fronte di un profitto di 1,3 miliardi di yuan registrato nel 2014. Un riassetto del comparto che creerà un gigante pronto a sfidare gli altri colossi mondiali anche se vi è sempre la spada di Damocle sulla testa: quella promessa fatta dal governo di Pechino, ancora nell’ultimo G20, di ridurre la produzione di acciaio di 150 milioni di tonnellate entro il 2020.

L’ultimo report di Eurofer, l’organizzazione che raggruppa le principali associazioni siderurgiche nazionali europee segnala infatti come le importazioni di acciaio nell’Unione europea continuino a crescere. Nel primo quadrimestre sono aumentate del 24 per cento anno su anno e la Cina resta il principale esportatore, seguita da Russia, Ucraina, Corea del Sud e Turchia. Queste nazioni, insieme, rappresentano il 69 per cento del totale importato in Europa nei primi cinque mesi dell’anno. Nonostante la presenza di dazi antidumping già in essere le importazioni quindi continuano ad assorbire il miglioramento della domanda interna nell’Unione. Con l’Italia, come segnala Federacciai, che è tra le più penalizzate con le importazioni dai paesi extra Ue aumentate nei primi cinque mesi del 10,6 per cento (+34,3 per cento dalla Cina). Un incremento che segue il +9,6 per cento di fine 2015 (il 2014, a sua volta, si era chiuso con un incremento del 16,5 per cento sull’anno precedente). “Certamente in Europa le politiche per la protezione del sistema industriale è molto più debole rispetto agli Usa ed infatti verso l’Ue si rivolgono le esportazioni in presenza di capacità sovra produttive” ha spiegato il suo presidente, Antonio Gozzi. “L’Ue, rispetto agli Usa ha tardato sull’adozione di dazi provvisioni ed oggi noi guardiamo con prudenza per non dire diffidenza alla revisione di tali dazi, che si attengono alle regole del Wto per i paesi che non sono economie di mercato nel caso vi siamo fondate minacce di danno. La Commissione vuole modificare questi dazi provvisori, discostandosi da quelli del Wto, ma non ci dice come intenda procedere. Quindi c’è vigile attesa per capire i nuovi criteri”.

Una tendenza che non è destinata a fermarsi almeno nel medio periodo come segnala un report di S&P Global Ratings nello studio European Steel: Sparks In The Second Quarter Offer A Glimmer Of Hope For A Sustainable Recovery, dove si sottolinea che a causa dei prezzi iperbassi dell’acciaio e della sovra capacità produttiva del settore da parte cinese il comparto difficilmente potrà rialzare la testa. “Ci aspettiamo per il 2016 e il 2017 un peggioramento dei profili creditizi e dei profili di liquidità delle aziende del settore che potrebbero condurre a un downgrade dei rating” ha commentato Gaetan Michel, analista creditizio di S&P. La società stima la sovra capacità produttiva mondiale del 2016 tra i 300 e i 400 milioni di tonnellate, assegnando alla Cina circa il 50 per cento della produzione complessiva di acciaio. E di certo questa mega fusione non aiuta a frenare il fenomeno.

Anche perché gli ultimi rumors provenienti proprio da Pechino dicono che il riassetto governativo dell’acciaio non è destinato a fermarsi. Entro l’anno potrebbe nascere un altro colosso dalla fusione di Hebei e Shougang che messe insieme avrebbero una potenzialità produttiva di oltre 70 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. La strategia di fondo a queste operazioni è quella di dare vita a due mega gruppi siderurgici uno a nord e uno a sud della Cina che possano funzionare come poli attrattivi dove far confluire le società siderurgiche più piccole. Ma di ridurre l’overcapacity più volte annunciata purtroppo ancora non c’è traccia da nessuna parte.

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