ieri si è dimesso da deputato david cameron (la mia presenza sarebbe “una grande distrazione e un grande diversivo” per il lavoro del nuovo governo, dice). stamane oscar giannino e alessandro milan, su radio24, si chiedono come mai lo stesso non accada in italia e ironizzano sul ritorno di massimo d’alema. la domanda gorgoglia di populismo e va, dunque, tacitata. dopo la decapitazione di luigi XVI è il consenso popolare a legittimare un politico e se il popolo va a sentire parlare d’alema perché il nostro dovrebbe continuare a veleggiare?  i fallimenti (politici ed economici) di abramo lincoln sono leggendari, eppure è stato eletto presidente e ha fatto la storia. se mai la domanda è perché in italia la sconfitta non condanna all’ostracismo? perché la caduta non delegittima, non interrompe il rapporto di fiducia tra politico e popolo? il clientelismo e il familismo non bastano a spiegare il fenomeno. non credo che sia l’interesse la molla che spinge ad andare a sentire il d’alema di turno. ci sarà certamente chi è mosso da interesse, ma in tanti lo fanno per stima, per sintonia di passioni e idealità. da noi, diversamente da quanto accade nel mondo protestante, la sconfitta non è di per sè segno di dis-grazia. la nostra cultura ha radici cattoliche e nel cattolicesimo romano chi pecca può essere mondato dalla confessione. le dimissioni da deputato di cameron non possono e non devono essere una lezione per la nostra classe politica. anche in tempi di rottamazione, la politica è un’arte difficile e l’esperienza è un valore per l’intera collettività. “va e non peccare più”  insegna l’Evangelo,  “errare human est, perseverare diabolicum” ammoniscono i latini. questa, forse, è l’unica, vera lezione.

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