Pubblichiamo un estratto del libro "La bussola del successo" di Paolo Gallo, edito da Rizzoli

Lavoro da molti anni come responsabile della funzione del personale, chiamata anche Human Resources: nello svolgere il mio lavoro, ho potuto verificare quanto sia più importante partire dalle domande giuste, piuttosto che cercare di indovinare le risposte. Albert Einstein disse: “Se avessi solo un’ora per risolvere un problema e la mia vita dipendesse dalla soluzione, passerei i primi 55 minuti a capire quale sia la domanda giusta da porsi”. Ho potuto osservare centinaia di carriere e mi sono chiesto: “Come mai solo alcuni di noi hanno successo, molti si limitano a sopravvivere e tanti, troppi, falliscono?”. Abbiamo scelto un lavoro in base alla nostra passione e al nostro talento? Abbiamo capito le regole del gioco, la cultura organizzativa, per evitare di essere lost in translation, perduti nella traduzione? Siamo riusciti a costruire la fiducia, di chi ci possiamo fidare? Che prezzo siamo disposti a pagare per far carriera? Quando è il momento giusto di andarsene? Come valutiamo il successo professionale? Come rimanere liberi? Cosa conta veramente?

Questo libro cerca, sempre partendo da domande, di fornire spunti di riflessione, strumenti e suggerimenti pratici per avere, o per meglio dire, essere una carriera di successo definita però secondo parametri decisi da noi stessi, non da altri e certamente non impostati solo sul profitto e su come fare carriera a tutti i costi, senza riflettere sulle conseguenze. Lo so, alcuni mi prenderanno per matto o anche peggio, mi considereranno una persona viziata e choosy e mi ricorderanno che è già un miracolo avere un lavoro. Sono argomenti comprensibili: anche solo ipotizzare di scegliere un lavoro, considerati i tassi di disoccupazione altissimi, può sembrare un’utopistica via di mezzo tra un lusso di altri tempi e un sogno poco realistico, se non addirittura irrealizzabile. Invece io sono convinto dell’esatto contrario. Solamente scegliendo e costruendo una carriera allineata ai nostri valori, ai nostri scopi e alle nostre motivazioni profonde, saremo in grado di fare un ottimo lavoro e di conseguenza avremo successo e gratificazioni.

In questo piccolo gioco di parole, si cela uno dei segreti: se scegliamo consapevolmente la professione e la cultura giusta per noi stessi, non faremo un lavoro ma saremo il lavoro che facciamo. Parlo di autenticità, di essere ciò che facciamo, di non recitare per otto ore al giorno. Ho partecipato alla festa di pensionamento di una persona che aveva passato 28 anni nella stessa organizzazione. La sua ultima frase è stata: “Sono venuta in ufficio per quasi trent’anni, ma ho sempre lasciato il cuore a casa mia”. Una tristezza infinita, una vita professionale buttata al vento, un talento sprecato, tanti anni di recite mediocri, per giunta pagata maluccio. Ne valeva la pena?

Se scegliamo una carriera sulla base di criteri erronei o stabiliti da altri, saremo eventualmente costretti a recitare in una squallida commedia scritta da altri in cui abbiamo solo una particina insignificante. Quando andiamo al ristorante chi sceglie cosa mangiamo? Noi vero? Bene, se siamo perfettamente capaci di scegliere in autonomia su questioni marginali come un piatto al ristorante, a maggior ragione abbiamo il dovere di farlo riguardo alla nostra carriera, perché siamo noi gli autori delle nostre scelte professionali. A questo proposito, Viktor E. Frankl, autore del libro “Uno psicologo nei lager” , ci ha lasciato un insegnamento fondamentale: ci possono portare via tutto ma non la possibilità di compiere scelte autonome, anche nelle situazioni più disperate. Il volume è composto da storytelling, storie tratte da varie fonti, come la mitologia greca, lo sport, la politica statunitense, la storia, brevi casi aziendali e personali, fatti di cronaca e alcuni concetti e teorie di management e coaching, insieme a molte citazioni di libri, film, canzoni, articoli, video, discorsi, pagine web che hanno contribuito alla narrativa.

Mi rendo conto di aver sempre giocato in trasferta, trascorrendo 23 anni all’estero: 12 a Washington, nove a Londra e due a Ginevra, dove vivo adesso. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinarie, in più di 60 nazioni diverse. Questa esperienza ha certamente contribuito a offrirmi una prospettiva particolare, incluse le lenti attraverso le quali osservo l’Italia, che, come disse Leonardo Sciascia, “da lontano duole di meno”. La mia vicenda professionale e soprattutto quella umana mi hanno convinto che tutte le persone hanno almeno un talento particolare che aspetta solo di essere scoperto, incoraggiato e utilizzato. Sono convinto di poter essere d’aiuto, di poter dare una mano e di convincervi non solo a non arrendervi ma a utilizzare strategie e sentieri che non pensavate esistessero. Le storie che leggerete sono tutte vere: svelerò segreti, mostrerò trucchi, offrirò strumenti, sperando possano essere utili, pragmatici e anche divertenti.

Allo stesso tempo vorrei chiarire che non sarò certo io a fornirvi la Risposta che state cercando né tantomeno a dirvi cosa dovete o non dovete fare. Che titolo avrei per farlo? Il mio ruolo sarà quello di aiutarvi a formulare la domanda giusta e di accompagnarvi nel viaggio. Infatti, nessuno può fornirci le risposte corrette, dobbiamo trovarle dentro di noi. Il successo professionale non è un miracolo o un colpo di fortuna; se non riusciamo a ottenere questo successo, non possiamo incolpare qualcun altro: siamo noi a guidare la nostra vita, abbiamo sempre scelte da compiere, da persone libere, sapendo che la felicità consiste nel viaggio, non nell’arrivare. Nel viaggio non saremo mai soli, starà a noi scegliere i compagni di ventura.

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