Qualche settimana dopo il mio insediamento in qualità di direttore di una piccola società di ingegneria mi capitò questo fatto. Dei due collaboratori che erano alle mie dipendenze, la giovane ingegnere donna, in età fertile e dall’aspetto fertilissimo, una mattina presto di un mercoledì qualunque, mi si fece incontro abbracciandomi.
Era in lacrime e confidava nella intimità di quei minuti prima dell’arrivo dell’altro collaboratore per potermi parlare. Ricordo di aver vissuto momenti di forte agitazione.
Cercai di rassicurarla spostando l’approfondimento alla discussione invece che al contatto. Mi confidò di essere incinta e di temere fortemente che la proprietà la licenziasse non appena il rigonfiamento addominale le avesse impedito di mantenere nella clandestinità il suo naturale e legittimo diritto a riprodursi.
Era la seconda gravidanza. Aveva già sperimentato la prassi di certa élite nostrana. Era stata infatti messa alla porta senza che il suo contratto a tempo determinato le fosse rinnovato.

Penso che le donne devono avere figli. Li devono poter fare anche fuori dal matrimonio. Devono poter adottare anche da sole. Perché una donna con un bambino è già famiglia. Perché non esiste solitudine più profonda di una donna sola senza prole.

Occorre che le élite di questo paese si guardino allo specchio. I percorsi scolastici e di carriera promossi dalle famiglie e dalle classi dirigenti di questo paese non creano un ambiente favorevole a una genitorialità giovane. Il sistema di protezione per le giovani donne all’interno delle realtà lavorativa vive di paradossi imbarazzanti. Si va dal pubblico iper-protetto dove una giovane mamma può starsene a casa per anni al privato dove si viene licenziati alla morfologica. Tant’é.

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