L'analisi di Guido Salerno Aletta

La Banca del Giappone (BoJ) ha modificato ulteriormente la sua politica monetaria al fine di cogliere il duplice obiettivo di sostenere la crescita economica e di portare stabilmente l’inflazione al 2% annuo. Controllerà in modo più diretto l’intera  curva dei tassi di interesse ed accelererà la creazione di base monetaria al fine di modificare radicalmente le aspettative sull’andamento dei prezzi.

Sono stati giudicati positivamente i risultati della strategia seguita finora, prima con il Quantitative and Qualitative Easing (QQE) e poi con la aggiunta del tasso di interesse negativo (-0,1%) sulle detenzioni correnti del sistema bancario presso la medesima BoJ: la combinazione di quest’ultima misura con gli acquisti di titoli pubblici ha sostenuto l’economia e l’andamento dei prezzi.

Nel 2015, infatti, l’economia nipponica si è schiodata dalla stagnazione registrata nell’anno precedente, mettendo a segno un +0,5% che viene confermato anche per il 2016. Visto però che per il prossimo anno si prevede un ritorno alla crescita zero (-0,1% secondo il Fmi), è necessario rinforzare la cura. Per quanto riguarda i prezzi, mentre sembra superata la tendenza alla deflazione sembra, si è ben lontani dall’obiettivo del +2% annuo: dopo il -0,2% di quest’anno, attribuito al calo dei prezzi del petrolio, per il futuro non si prevede ancora una inflazione superiore all’1%. Gli acquisti di titoli pubblici da parte della BoJ hanno portato a zero il tasso di interesse sui titoli pubblici a 10 anni, influendo sul livello dei tassi praticati dalle banche a medio termine al settore privato, che ne ha beneficiato.

La BoJ rafforza ora il controllo della curva dei tassi: mentre per quelli a breve termine giudica sufficiente il mantenimento della attuale penalizzazione sulle detenzioni bancarie presso la stessa BoJ, sul lungo termine si mantiene l’obiettivo del tasso zero sui titoli pubblici a 10 anni. A questo fine, non si è ritenuto necessario modificare la quantità degli acquisti di titoli pubblici, oggi previsto al ritmo annuo di 80 mila miliardi di yen (circa 788 miliardi di dollari), bensì le limitazioni poste alle scadenze. Vengono poi introdotti due nuovi strumenti: operazioni a tasso fisso, determinato dalla stessa BoJ. Riguardano da una parte gli acquisti diretti di titoli pubblici e dall’altra i finanziamenti bancari fino a 10 anni.

La BoJ si è data nuove linee guida per quanto riguarda l’acquisto di titoli sul mercato, diversi da quelli pubblici:  quello di ETF aumenterà al ritmo annuo di 6 mila miliardi di yen (circa 59 miliardi di dollari)  e quello in fondi di investimento immobiliare giapponesi (J-REITs) di 90 miliardi di yen (circa 887 milioni di dollari). Gli acquisti di carta commerciale (CP) e di corporate bond (CB) saranno invece mantenuti al livello attuale.

Le misure volte al raggiungimento dell’inflazione al 2% sono estremamente aggressive: l’ammontare della base monetaria dovrà raggiungere in poco più di un anno un rapporto pari al 100% rispetto al pil giapponese, rispetto all’attuale 80%, mentre è pari appena al 20% del pil sia negli Usa che nell’Eurozona.

La BoJ non ha escluso, infine,  possibili misure ulteriormente espansive, sia in termini di acquisti di titoli che di espansione della base monetaria.

Se i tassi a zero sui titoli pubblici giapponesi a 10 anni abbattono il costo fiscale del debito, dovrebbe essere una catastrofe per i fondi pensione che vi investono: sembra invece che la prospettiva sia quella di una continua monetizzazione. Si venderanno titoli, comprati dalla BoJ, per pagare le pensioni. Un sistema all’apparenza insostenibile, se si trascura l’elevata quota di risparmio, ancora superiore al 25% del pil: visto che gli investimenti arrivano al 21%, il deficit pubblico non è altro che il complemento.

Il Giappone è un altro mondo: la disoccupazione è al 3%, i lavoratori preferiscono la stabilità del posto di lavoro piuttosto che reclamare aumenti salariali, il debito pubblico è passato dal 183% al 250% del pil fra il 2007 ed il 2016. Quest’anno, il deficit sarà del 4,9% ed il risparmio primario del -4,8%; ed all’economia reale arriva davvero liquidità aggiuntiva, attraverso gli acquisti della BoJ.

La Germania ha pagato, a causa degli improvvidi impieghi delle sue banche, le conseguenze della crisi finanziaria americana, pur avendo le finanze pubbliche in ordine. Il Giappone è rimasto sempre un porto sicuro, pur avendo i conti pubblici disastrati. L’Italia è stata fatta affondare, con la Bce che imponeva pareggi impensabili.

Se il Giappone fosse soggetto al divieto di finanziamento monetario del bilancio pubblico, come previsto dalle regole europee, al rigore fiscale ed alle riforme strutturali decise nell’eurozona cadrebbe in default e la sua stabilità politica sarebbe compromessa. Non avrebbe resistito, come fa l’Italia sin dal 1993, senza mai avere tregua: per noi, il debito pubblico è un supplizio; per loro, è una salvezza. Ci sono differenze che fanno riflettere.

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