L'articolo di Francesco Gnagni

Le strade di Assisi invase da pellegrini, la basilica colma di fedeli in silente attesa, sul palco leader composti, sistemati in un semicerchio appena abbozzato, e vestiti di tessuti dai colori e dalle forme più differenti, come le fedi che rappresentano. Uniti in coro per gridare al cielo “la sete di pace” delle religioni e degli uomini.

È così che si è presentata la cerimonia conclusiva delle giornate di preghiera per la pace di Assisi, che si sono aperte domenica e poi sviluppate lunedì e martedì attraverso 29 panel di discussioni, ognuno caratterizzato da un tema proprio: economia, ecologia, media, povertà, terrorismo, migranti, convivenza, martirio. E poi Africa, Asia, Israele, Siria, Tunisia, Aleppo, Iraq.

“Adoperarsi per la pace non è solo un movimento fisico, ma dell’animo. Dio ce lo chiede, esortandoci ad affrontare la grande malattia del nostro tempo, il paganesimo dell’indifferenza, e noi desideriamo dar voce insieme a quanti soffrono, a quanti sono senza voce e senza ascolto. Non abbiamo armi. Crediamo però nella forza mite e umile della preghiera”, ha detto Papa Francesco al termine dell’incontro. Anche se è già dalle prime ore della giornata che Francesco, dalla residenza vaticana di Santa Marta, aveva dato inizio alla sua riflessione, anticipando l’intenzione di “recarsi ad Assisi non per dare spettacolo ma per pregare”, e di “aver scritto una lettera ai vescovi di tutto il mondo perché nelle diocesi si preghi con tutti gli uomini di buona volontà”. “Non esiste un dio della guerra”, aveva annunciato Francesco, ma solo “l’azione del maligno che vuole uccidere tutti”.

Soltanto in tarda mattinata l’aereo del Papa è atterrato al Sacro Convento di Assisi, accolto dai rappresentanti di sette diverse fedi e confessioni religiose. Bergoglio li ha salutati ad uno ad uno prima di pranzare con loro nel refettorio, assieme anche a 12 rifugiati provenienti da paesi in guerra e accolti per il momento dalla Comunità di Sant’Egidio. Un Papa “molto sorridente”, dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e il “clima è di convivialità”. Dopodiché la preghiera conclusiva, svoltasi in diversi luoghi, ognuno per la propria fede.

“Noi viviamo in un mondo che fatica a distinguere ciò che costa da ciò che vale, tanto che di fronte a Cristo tentiamo di attribuire un prezzo alla grazia”, medita l’Arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa d’Inghilterra Justin Welby. “La più grande ricchezza della storia europea è culminata nelle tragedie del debito e della schiavitù. In economie che possono permettersi di spendere tanto, ma non sono altro che fondamenta di sabbia. Siamo preda dell’insoddisfazione e della disperazione, nello sfascio delle famiglie, nella fame e nelle disuguaglianze, nel rivolgerci agli estremismi. Isaia fa un grande affresco, di tutte le nazioni che vengono all’unica nazione, al popolo, alla chiesa, alle nazioni che hanno ascoltato, mangiato e che si sono fidate”.

“Il Signore ha testimoniato con la sua stessa vita l’amore incarnato, la pace di Dio, l’amore della Croce e della Resurrezione, la pace cosmica”, prosegue durante la preghiera ecumenica il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. “L’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, e i versetti di Giovanni richiamano la Chiesa alla sua grande responsabilità di annunciatrice della Salvezza nell’oggi, dimensione profetica spazio-temporale della potenza di Dio, dove ai Cristiani è richiesta una martyria, una testimonianza di comunione. Ma come Chiese dobbiamo attraversare una metànoia, una conversione intrinseca, un cambio radicale di mentalità”. E Papa Francesco ricorda: “Di che cosa ha sete il Signore? Certo di acqua, ma soprattutto di amore, elemento non meno essenziale per vivere. È il dramma del cuore inaridito, dell’amore non ricambiato, un dramma che si rinnova nel Vangelo, quando alla sete di Gesù l’uomo risponde con l’aceto, che è vino andato a male. Come profeticamente lamentava il salmista: quando avevo sete mi hanno dato aceto”.

Terminata la preghiera, l’incontro finale sul palco, posto all’esterno della Basilica inferiore di San Francesco, con il Vescovo di Assisi Domenico Sorrentino, che spiega come “questa amicizia vuol essere un contributo a una politica della fraternità su scala globale”. E prosegue il Custode del Sacro Convento di Assisi Mauro Gambetti, proponendo “una lettura profetica dell’incontro, a partire dall’esperienza di frate Francesco piccolino, che nel 1219 a Damietta incontrò il sultano Malik al-Kamil. A questo punto – dice Gambetti – è semplice la profezia. Il mondo conoscerà una fase di sviluppo se chi è qui non è in cerca di gloria, non si ritiene migliore degli altri e non considera la propria religione, il proprio gruppo di appartenenza o la propria cultura superiore alle altre. Chi mi sta di fronte ha sempre qualcosa più di me, qualcosa che io non possiedo. Il valore profetico dell’incontro che oggi si conclude dipende da ciò che farà ciascuno di noi domani”. Poi la parola passa a Andrea Riccardi: “Che i leader religiosi si mostrino assieme, invocando la pace, è un’immagine luminosa. Smaschera chi usa il nome di Dio per far la guerra e terrorizzare. La pace non è riservata a politici, specialisti, militari: tutti possono esserne artigiani con la forza debole della preghiera e del dialogo. Così si sconfiggono i signori della guerra e gli strateghi”.

Anche il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha ricordato che “la pace ha bisogno di alcuni cardini portanti perché possano sorreggerla, anche quando essa viene messa in pericolo. In questi anni stiamo rivedendo maggioranze etniche, religiose, culturali che intravedono nelle minoranze a loro connesse, un corpo estraneo, pericoloso per la propria integrità e quindi da emarginare, da espellere e alle volte purtroppo anche da annientare. E questo provoca sconforto, provoca migrazione di massa e crea problemi di accoglienza, di solidarietà, di umanità”. Tuttavia, ha proseguito Bartolomeo, “crediamo indispensabile che ogni famiglia religiosa e ogni cultura, in questo preciso momento storico, abbia necessità di guardare in se stessa, e che sia necessaria una autocritica e una autoanalisi. Dobbiamo essere capaci di chiederci dove forse abbiamo sbagliato, perché sono sorti i fondamentalismi”.

Poi, dopo la testimonianza di David Brodman, rabbino di Isarele (che nel 1943, allora bambino di 7 anni, fu deportato nei campi di concentramento), del presidente indonesiano del Consiglio degli Ulema, Din Syamsuddin, e del Patriarca giapponese del buddismo Tendai Koei Morikawa, Papa Francesco ha citato le parole di Giovanni Paolo II nell’86 a Santa Maria degli Angeli, dove ha sostenuto che la pace “non è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici. Ma il risultato della preghiera”. E ha ripetuto anche l’intervento di Benedetto XVI ad Assisi nel 2011, dicendo che “ogni forma di violenza non rappresenta la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione”.
“Il nostro futuro è vivere insieme” ha concluso Francesco. “Noi, come capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace. Ci rivolgiamo anche a chi ha la responsabilità più alta nel servizio dei popoli, ai leader delle nazioni, perché non si stanchino di cercare e promuovere vie di pace, guardando al di là degli interessi di parte e del momento”.

Durante la cerimonia bambini di undici paesi diversi sono saliti sul palco, e la piccola Janin, bimba palestinese di sette anni rifugiatasi in Libano da un campo profughi della periferia di Damasco, e in seguito giunta in Italia con i corridoi umanitari, riceve da Francesco una lettera, un appello di pace: appena raggiunti i propri amichetti comincerà a sventolarla al cielo. È l’espressione dello spirito di Assisi, quella forza in “cammino da trent’anni” per “liberare energie di pace”, o “la civiltà del vivere insieme religiosamente”, come ha ripetuto più volte Andrea Riccardi. Il Papa si china sul tavolo posto a lato del palco e firma l’appello di pace. Dopo di lui via via seguono tutti gli altri leader, e poi la ritualità dell’accensione di due grandi candelabri, le luci che allontanano il costante approssimarsi del buio dell’uomo, la forza che anima le guerre. L’annuncio che il prossimo anno l’incontro sarà nella regione tedesca di Vestfalia, in ricordo dei tre trattato firmati nel 1648. E i religiosi tornano a casa con la promessa di rispettare il loro impegno.

Condividi tramite