Grazie all'autorizzazione della casa editrice Marsilio, pubblichiamo un estratto del libro "L’Italia del Family day -Dialogo sulla deriva etica con il leader del comitato Difendiamo i nostri figli" dall'1 settembre in libreria

Oggi tutti si chiedono, e gli chiedono: diventerà un partito, questa Italia del Family day? I precedenti storici lo sconsiglierebbero vivamente. È ancora fresco nella memoria l’insuccesso della lista di scopo Aborto? No grazie che il giornalista Giuliano Ferrara, in un empito di sconsiderata generosità, presentò per la Camera alle elezioni del 2008, ottenendo la miseria di 135.578 voti, un risultato tuttavia di alto valore simbolico, perché corrispondeva grosso modo a un suffragio per ciascuna delle interruzioni di gravidanza praticate l’anno prima in Italia.

Come raccomanda un vero esperto del ramo, Silvio Berlusconi, mai sollevare questioni etiche: in campagna elettorale ti fa perdere il 20 per cento secco. Lo imparai a mie spese quel giorno in cui, dovendo intervistare il governatore veneto Luca Zaia in un incontro pubblico organizzato da Panorama, osai chiedergli: perché da cattolico lei ha detto sì alla fecondazione eterologa, portando il limite dell’inseminazione artificiale a 50 anni, mentre le linee guida lo fissano a 43? Non crede che i figli siano un dono e non un diritto sancito dalla legge? Non crede che a un neonato spettino un padre e una madre riconoscibili? Non crede che i bambini debbano vedere la luce se e quando la natura lo consente, senza pasticciare con liquidi seminali e ovociti, manipolati da stregoni dell’industria biotech in base a parametri che non contemplano imperfezioni fisiche? E aggiunsi: si sarà accorto che, a parte Renato Brunetta, gli acondroplasici, meglio noti come nani, sono spariti dalla circolazione, pare che vengano soppressi alla prima ecografia.

Non vi dico la baraonda che scoppiò in sala. Zaia lo scambiò per un attacco personale. Chiese persino il conforto di Michele Romano, consulente della Regione Veneto seduto in platea, circa il numero invariato delle nascite di bimbi portatori del grave handicap (a proposito, a due anni di distanza dal battibecco resto ancora in attesa delle statistiche promesse).

Il triangolo di verità lapalissiane composto da padre, madre e figlio non può essere distrutto, chi gli manca di rispetto si distruggerà, avvertiva Gilbert Keith Chesterton. Dunque perché sui temi che riguardano la vita non ci si attiene alle leggi naturali? Siamo ancora qua a discutere se siano ammissibili gli Ogm in agricoltura eppure il concetto di organismo geneticamente modificato viene applicato ogni giorno alla pianta uomo, con azzardosi esperimenti di laboratorio. Il grano e la polenta hanno più difensori dei bambini. Qualcosa non va.

Eh, ma se lasci fare alla natura, quella ti provoca anche il cancro, obiettano gli specialisti in ragionamenti speciosi. Sta di fatto che se un bimbo nasce da un uomo e da una donna, un motivo ci sarà. Anche gli omosessuali si sono sempre accontentati di venire al mondo con questo sistema, in fin dei conti.
A me pare che non siano in gioco né la felicità delle coppie gay né la pretesa di una genitorialità negata dalla biologia. Qui si sta facendo bottega di quel bene indisponibile che chiamasi vita. Siamo all’ultima frontiera del capitalismo più sfrenato: l’individuo unisex, maschio o femmina a seconda di come tira il vento, dispensato dall’incombenza di procreare. Conta solo che spenda, che consumi, che compri: anche i figli. E c’è forse in commercio una carne più costosa di quella umana? Parliamo di 40.000 dollari il chilo, per stare alle quotazioni del mercato statunitense. Un turpe giro d’affari che a livello mondiale raggiunge i 6 miliardi di dollari l’anno, 2,3 dei quali nella sola India.

Ma sì, perché sprecare il sesso in un’attività tanto banale, anziché per il solo godimento, quando con i soldi puoi costringere una madre surrogata a caricarsi delle ansie dei nove mesi di gravidanza e ottenere pupi più perfetti di Cicciobello e della Barbie, con la statura giusta, gli occhi e i capelli del colore desiderato e il quoziente d’intelligenza di un ricercatore universitario ben felice di farsi mungere per mantenersi agli studi?

Basta guardarsi attorno: è stata messa in campo la più massiccia operazione planetaria di consenso per promuovere come buona e giusta una società dalla sessualità indistinta, che ha le sue icone in Eddie Redmayne, l’efebico interprete del pittore transessuale di The danish girl; Jared Leto, premiato con l’Oscar per Dallas buyers club; Miley Cyrus e Cara Delevingne; Jaden, figlio di Will Smith, classificato genderless perché nella pubblicità di Louis Vuitton indossa la gonna; Shiloh, figlia di Brad Pitt e Angelina Jolie, che già a 4 anni aveva deciso, con l’appoggio dei genitori, di vestirsi da maschio e farsi chiamare John.

Angelo, 3 anni, figlio della cantante inglese Adele, è stato fotografato a spasso con i genitori agghindato come Anna, la principessa di Frozen. Poco male, visto che il fatto è avvenuto a Disneyworld, il parco dei divertimenti. Sennonché la madre si è subito premurata di dichiarare a Time: «Sono orgogliosa di mio figlio. Non vedo l’ora di sapere chi saranno i suoi migliori amici, se avrà una fidanzata o un fidanzato». E chi doveva inaugurare Ballando con le stelle su Rai 1, quella che un tempo passava per la rete democristiana? Conchita Wurst, la cantante austriaca che ha la barba ma non le tette, trattandosi di un uomo, già osannata al Festival di Sanremo 2015, costretta a dare forfait all’ultimo momento.

Tutto procede secondo le magnifiche sorti e progressive dell’umana gente, per dirla con Giacomo Leopardi, e viene da chiedersi dove il poeta di Recanati, così arretrato da ostinarsi a spasimare per la figlia del cocchiere, troverebbe oggi le parole per commentare un simile quadretto. Gioirà il professor Umberto Veronesi, che dal 2007 inneggia all’avvento di una civiltà bisessuale in quanto «la specie umana si va evolvendo verso un “modello unico”» che «finirà per privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo». Con scienziati ed ex ministri della Sanità di tale fatta, non possiamo certo aspettarci di vedere approvato in Parlamento il più breve disegno di legge che sia mai stato scritto: «Articolo 1. I figli non si comprano».

Per cui mi verrebbe da dire a Gandolfini: lasci perdere la politica, professore, se non vuole andare a sbattere. Ma capisco che nella vita di un uomo arriva sempre un momento in cui deve fare i conti con atti che vanno compiuti a tutti i costi, perché è la vita stessa che glieli impone. Posso sbagliarmi, però ho l’impressione che per il leader dell’Italia del Family day quel momento sia arrivato.

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