L'analisi di Michela Mercuri e Pietro Stilo tratta dall'ultimo numero di Formiche

Nel 1995 Ismail Serageldin, l’allora vicepresidente della Banca mondiale, espresse una previsione inquietante: “Se le guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo saranno combattute per l’acqua”.

Difficile dire se questa possa essere considerata una profezia o una forzatura storica ma appare evidente come l’acqua, fonte di vita primaria per l’umanità, si stia trasformando sempre più in una risorsa strategica al centro degli interessi geopolitici degli Stati, capace di esacerbare, o addirittura causare, crisi internazionali.

Il Water Conflict certifica ad oggi in ben 343 casi di crisi legate alla gestione delle risorse idriche e uno dei quadranti più a rischio è quello mediorientale, dove le dispute per l’acqua si intrecciano con un contesto di cronica instabilità politica e una persistente penuria di risorse.

La storia del Medio Oriente è anche una storia di fiumi contesi: il Giordano, condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania, ma prevalentemente utilizzato da Israele; il Nilo sfruttato principalmente dall’Egitto, nonostante attraversi ben nove Stati e causa di fratture storiche alla base della crisi di Suez, della seconda guerra arabo israeliana del 1956 e delle attuali tensioni con Etiopia e Sudan; il Tigri e l’Eufrate, controllati dalla Turchia e da cui dipendono Siria e Iraq.

In particolare questi ultimi due corsi d’acqua sono oggi una delle questioni di maggiore tensione internazionale, bersaglio, arma e minaccia della geopolitica turca, ma anche parte di un risiko in cui stanno emergendo nuovi attori non statuali, come i jihadisti del cosiddetto Stato islamico.

Proprio l’emergere di nuovi giocatori nella partita dell’acqua ha portato a un rimescolamento di carte rispetto al passato. In particolare, l’Is e i curdi rappresentano due nuovi e imprescindibili sfidanti a scapito di Siria e Iraq. Questo nuovo assetto si riflette anche nella conformazione dei due bacini che oggi sono di fatto disgiunti, con l’Eufrate condiviso fra Turchia, Is e Iraq e il Tigri fra Turchia, formazioni del governo autonomo del Kurdistan iracheno, formazioni curde siriane, Iraq e miliziani dello Stato islamico. Una partita a cinque e non più a tre come da un secolo a questa parte era condotta e ciò, inevitabilmente, determina maggiore caos rispetto agli equilibri pregressi. L’Is si è inserito a gamba tesa nella gestione delle risorse idriche nei territori da esso controllati imponendo il pagamento delle tasse alla popolazione locale, per poi utilizzare quei proventi per le proprie strategie politico-militari-terroristiche e per creare una sorta di Welfare, con l’obiettivo di cooptare il consenso sociale. Una delle intimidazioni più utilizzate per obbligare la popolazione dei territori conquistati a piegarsi è stata proprio quella della restrizione dell’acqua, collegata al blocco dell’energia elettrica e alla minaccia di far saltare le dighe.

Emblematica in questo senso è la questione della diga di Mosul, l’antica Ninive, sul fiume Tigri, la più grande dell’Iraq e la quarta del Medio Oriente in ordine di grandezza. La diga ha un invaso di circa 8 milioni di metri cubi d’acqua, una centrale idroelettrica da 750 megawatt e serve un bacino d’utenza di circa 2 milioni di persone, ma si trova in un’area molto vicina ai territori controllati dallo Stato islamico. Ad aggravare la situazione, va ricordato che sin dalla sua messa in funzione, nel 1986, ha presentato problemi di instabilità dovuti al terreno sottostante, tant’è vero che uno studio americano nel 2006 l’ha definita una delle più pericolose al mondo. La diga, dunque, richiede necessariamente una manutenzione straordinaria che negli ultimi anni, a causa della guerra, non è stata realizzata. Nonostante gli evidenti rischi oggi la ristrutturazione è stata avviata in seguito a una gara vinta da un’impresa italiana, la società Trevi di Cesena. Per l’esecuzione di questa operazione è stato previsto l’invio di 450 militari da parte del governo italiano a protezione del sito e dei circa 500 lavoratori (con un rapporto di quasi uno a testa). Ciò a riprova dell’importanza che l’acqua riveste in questo delicato scenario. In questo teatro in costante evoluzione, l’unico attore tradizionale ad aver mantenuto e probabilmente rafforzato la propria influenza sulle scelte idropolitiche dell’area è la Turchia che, però, deve vedersela con nuovi attori e nuove possibili minacce. Ne sono la prova i recenti tentativi di Ankara di ridurre in maniera sensibile i flussi dell’Eufrate che hanno scatenato le minacce del califfato, costringendo di fatto i turchi a mettere un freno alle proprie politiche espansionistiche nel tentativo di evitare di portare la guerra fino ai propri confini.

Da quanto fin qui detto appare evidente come in Medio Oriente, e in particolare nelle aree controllate dal Califfato, non sia solo il petrolio l’elemento di maggior interesse per i contendenti. Anche l’acqua è un fattore strategico e una posta in gioco prioritaria della partita a scacchi tra gli attori locali, regionali e internazionali coinvolti nel mosaico siro-iracheno, in cui tutti ambiscono ad accaparrare porzioni del territorio e nessuno è disposto a cedere quote della propria sovranità. In questo contesto, la persistente scarsità idrica e il conflitto con l’Is hanno indebolito ulteriormente la capacità dell’Iraq e della Siria di negoziare accordi per la condivisione delle acque con la Turchia, innescando una spirale drammatica in cui la mancanza di acqua alimenta il conflitto, che a sua volta accresce i rischi per la gestione e la manutenzione delle risorse riducendone la disponibilità, causando un ulteriore aumento delle tensioni pre-esistenti. Seppure dunque le milizie del Califfato dovessero subire una fase di arretramento, come sembra emergere dai fatti recenti, i problemi per la gestione di questa risorsa potrebbero non subire mutamenti sostanziali. Questo dimostra come la pace, nel Levante così come in tutte le aree del mondo in cui vi è scarsità di tale risorsa, debba passare anche attraverso accordi politici per la sua gestione. Uri Shamir, membro dell’Israel Water Authority, non molto tempo fa disse: “L’acqua non è un ostacolo per la pace, ma può fornire pretesti a colui che cerca delle ragioni per combattere”. E la storia ci dimostra che non sempre il buon senso prevale sulla realpolitik.

Michela Mercuri (Docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei presso l’Università di Macerata)

Pietro Stilo (Coordinatore del master in Economia dello sviluppo presso l’università mediterranea di Reggio Calabria)

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