Il concetto di “superiorità morale” che costituisce uno degli elementi caratterizzanti dell’esperienza grillina non è una novità nel panorama politico culturale italiano. Da Marx a Gramsci sul versante della sinistra marxista e sino alla riproposizione della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e dei suoi immediati successori, Achille Occhetto in testa, la pretesa superiorità morale era connaturata all’ideologia dei comunisti italiani.

Idem sul versante azionista, che derivava tale concezione dall’”Ordine Nuovo” di Piero Gobetti sino a Ferruccio Parri e agli altri esponenti dell’azionismo italiano nella resistenza e post bellico. Non sono mancate varianti più autoctone e localistiche, come quelle di Leoluca Orlando al tempo de “La rete” sostenuta dai gesuiti palermitani, o quelle di Di Pietro e De Magistris, novelli masanielli “duri e puri” del meridionalismo italico.

E’ all’interno di queste assai diverse esperienze che si colloca quella innovativa dei grillini che, sin dall’inizio, si sono voluti caratterizzare come gli antesignani del “radicalmente altro” nella politica italiana. Sta proprio nella crisi complessiva dei partiti in questa fase di passaggio dalla seconda alla terza repubblica, con la disaffezione generalizzata degli elettori nei confronti dei partiti personalistici o in preda al più deteriore trasformismo della storia nazionale, una delle ragioni del successo elettorale del M5S.

Gli è che alla fine in politica vale ciò che appare e quando si perde l’efficace rappresentazione della speranza, una delle ragioni essenziali alla base del consenso, si pagano le conseguenze sul piano dell’affidabilità e del voto. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e “governar non es asfaltar” come gridavano i democratici latino-americani al tempo del governo cileno di Salvador Allende.

La dura verifica della realtà effettuale messa alla prova da una classe dirigente improvvisata, scelta con criteri assai poco selettivi del voto on line, accanto ad alcuni giovani promettenti e capaci, ha evidenziato i notevoli limiti di leadership in alcune delle amministrazioni locali nei quali il M5S ha assunto il governo. La cosa è tanto più grave e significativa se in ballo c’è il governo della città di Roma, la conquista del quale era stato salutato come il preludio alla futura presa di Palazzo Chigi da parte dei pentastellati.

Ciò che è accaduto e sta accadendo a Virginia Raggi è emblematico, da un lato, dei limiti nella capacità di governo degli improvvisati reggitori e, dall’altra, in quella che con grande acume Niccolò Machiavelli così descrisse nel cap.VI De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquirunter: “E debbasi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbero bene. La quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità delli uomini; li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che, qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che insieme con loro si periclita”.

Forse, con Casaleggio, questa pagina de Il Principe sarebbe stata ricordata ai giovani del M5S assurti al governo della città eterna. Certo che quello che sta accadendo a Roma è la verifica sperimentale dell’assunto machiavelliano citato.

Offuscata la patente della diversità e evidenziate le loro debolezze quanto a capacità di governo, rimane, tuttavia intatta al Movimento la capacità di rappresentare una speranza nuova alternativa al deserto morale e politico culturale dell’Italia.

Ha ben poco da sorridere il povero Matteo Orfini del Pd, visto alcune sere in Tv, irridente, nei confronti della sindaca di Roma. I ragazzotti saranno anche limitati sul piano della capacità di governo, ma a Roma “chi è più pulito ha la rogna”, a partire proprio da quel Pd che da “mafia capitale” e ben oltre e dapprima, è stato concausa non secondaria dello sconquasso amministrativo e finanziario della città. Meglio, molto meglio, l’atteggiamento assunto da Alfio Marchini e dal Vaticano, preoccupati e consapevoli che una crisi irrimediabile della giunta capitolina sarebbe esiziale per Roma. Credo che sia questo il modo migliore per aiutare questa nuova e ancora fragile classe dirigente, affinché possa assumere sino in fondo la capacità di governo che una complessa realtà come quella romana richiede.

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