Chissà se tra le 30 domande a risposta multipla che componevano il test di ammissione alla neo-Academy Apple di Napoli c’era questa: “Ma tu l’hai mai formattato un pc?”. Già, perché i nati sotto il segno della mela sono poco avvezzi all’idea che un pc possa essere smontato e rimontato. Che possa essere formattato e ricaricato di sistema operativo e programmi.

Non c’è attività lavorativa, sia essa di calcolo, di grafica o editoriale che non possa essere svolta con un normale personal computer. Non c’è alcun bisogno di ricorrere a un Apple. Sono tutte chiacchiere conformiste quelle che si fanno per giustificare, prima di tutto a se stessi, di aver speso il doppio, se non il triplo, di quanto sarebbe stato necessario per un acquisto equivalente.
“Ho comprato Apple perché mi occupo di design”. “Io ho comprato Apple perché mi occupo di musica”. Tutte fesserie. Su qualsiasi sistema Windows è possibile fare le stesse cose. Probabilmente anche meglio.

Se solo si facesse una stima di quanto gli italiani hanno speso in più di quello che avrebbero potuto acquistando un prodotto Apple anziché un prodotto equivalente, ne verrebbe fuori una manovra finanziaria.

Dalla Coca Cola alle Marlboro rosse, fino alla Apple, la storia dei grandi successi imprenditoriali passa attraverso grandi imposture e pubblicità persuasive. A partire dal nostro premier che si fa sempre riprendere con il Mac sulla scrivania.
Come per le sigarette che, da Humphrey Bogart che fumava in ogni pellicola per incrementare il commercio di bionde, sono poi state oggetto di film di denuncia come Insider con Russel Crowe, c’è da attendersi un nuovo “wall e” che svelerà i guai della dipendenza da smartphone e telefonia e che poeticamente ci indicherà la via per tornare a volerci bene.

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