Vi spiego perché i media internazionali non esagerano sul Venezuela

Vi spiego perché i media internazionali non esagerano sul Venezuela
La lettera di Rossana Miranda, in risposta all'articolo "Venezuela: i media internazionali non sono obiettivi, ma schierati con la destra" di Fabio Marcelli sul Fatto Quotidiano

Caro direttore,

in questi giorni il Venezuela è di nuovo sotto i riflettori dei media internazionali. Non perché qualcosa sia cambiato nella crisi sociale ed economica che il Paese sta affrontando, anzi (qui l’articolo di Formiche.net). Nemmeno per le “piccole cose” che mancano a chi lascia il Paese, come ha ben detto il corrispondente della Bbc, Daniel Pardo: i pappagalli colorati che sorvegliano la capitale, le spiagge paradisiache a 30 minuti dalla città, il sorriso e l’accoglienza della gente, nonostante tutto.

Il Venezuela, purtroppo, fa notizia per le “grandi cose”, quelle che fanno più rumore, più male: l’inflazione, la corruzione, la criminalità. Tra tutti gli articoli diffusi in Italia sulle manifestazioni dell’opposizione contro il governo di Nicolás Maduro mi ha sorpreso il testo pubblicato dal Fatto Quotidiano a firma di Fabio Marcelli (qui l’articolo).

Il giurista internazionale – così definito nella biografia – punta il dito contro l’informazione scorretta di molti media che, secondo lui, esagerano, deformano e manipolano la realtà del Paese, culla del Socialismo del XXI Secolo. Lui sostiene che i media siano strumentalizzati dalla destra e rispondano agli interessi delle multinazionali, imbestialite per le decisioni prese dal governo venezuelano negli ultimi 20 anni. Insiste che i servizi sociali, a sostegno della sanità e dell’istruzione dei più sfavoriti, “rappresentino un vero controsenso nell’attuale ordine mondiale neoliberista” e quindi vadano screditati a ogni costo.

Forse Marcelli non sa che, da quando Hugo Chávez è arrivato al potere, il Venezuela ha registrato un aumentato del 30 per cento nei rapporti economici e commerciali con gli Stati Uniti. Le “multinazionali imbestialite” sono rimaste nel Paese, adeguandosi alle nuove condizioni imposte dallo Stato, nel caso specifico dell’industria petrolifera. Molti, fino a quando il prezzo del petrolio era ancora nella norma, hanno aumentato gli investimenti, l’italiana Eni in primis.

Vorrei segnalare a Marcelli, e a chi lo legge, che dal 2005 il modello politico del Socialismo del XXI Secolo ha ispirato il progetto bolivariano del presidente Hugo Chávez in Venezuela. Il nome e il concetto sono stati ideati dal sociologo tedesco Heinz Dieterich, più volte elogiato da Chávez e invitato a Caracas a spiegare la sua idea di questo nuovo sistema politico ed economico. Nel 2014, visti i risultati devastanti, Dieterich ha ammesso il fallimento del Socialismo del XXI Secolo in Venezuela. In un’intervista a KienyKe.com, ha anche detto che “Nicolás Maduro è un inetto” e che la cattiva gestione del chavismo ha portato il Paese alla rovina.

L’epicentro del sisma economico e sociale non è da cercare nell’ideologia o nella cospirazione politica dell’impero nordamericano, come insiste la propaganda chavista. È molto più semplice: l’origine della crisi è nella caduta del prezzo del petrolio, base unica del reddito dello Stato venezuelano. In 17 anni di governo, molto si è potuto fare con il barile a 120 dollari. Purtroppo, le risorse sono state investite in piani di sussidi immediati e non in infrastrutture e nuove industrie per diversificare la produzione, necessarie per sopravvivere in tempi di “vacche magre”, come aveva promesso Chávez nella campagna elettorale del 1998. Quel famoso “seminare il petrolio”, espressione copiata dallo scrittore Arturo Uslar Pietri, e che aveva conquistato l’80 per cento degli elettori, è rimasta incompiuta. Oggi, con il petrolio a 30 dollari al barile, tutto cambia. L’industria privata è stata messa in ginocchio dai “prezzi regolati” (molto al di sotto dei costi di produzione, provocando il fallimento dei produttori), finalizzati a controllare l’inflazione (che arriva al 400 per cento secondo dati ufficiali, ma secondo dati ufficiosi supera il 700 per cento). Il risultato: scaffali dei supermercati e delle farmacie vuoti. Oltre ad ospedali al collasso, casi di denutrizione e morti per mancanza di medicine. Fame e rabbia.

Nell’articolo di Marcelli si legge che “ogniqualvolta un governo tenta di imboccare la strada del socialismo ci sono settori sociali che si oppongono perché non vogliono rinunciare al proprio potere e ai propri privilegi”. Molto probabilmente Marcelli manca da tempo in Venezuela, o non sente frequentemente amici e parenti che vivono lì. Io, che sono italo-venezuelana, ma vivo in Italia dal 2006, cerco di fare attenzione al momento in cui dire o scrivere certi commenti. Il Venezuela, come il resto dell’America latina, è un posto in costante cambiamento; in tre anni, come spiega la Bbc, il prezzo di un litro di succo di arancia è aumentato del 4.600 per cento, le sigarette del 3.900 e la legalizzazione di documenti nei consolati del 12.000 per cento. Posso dire che a luglio del 2016, quando sono stata in Venezuela l’ultima volta, ho trascorso una settimana a fare file di sei-otto ore con mia sorella nella città di Maracaibo. E mi è andata pure bene: Maracaibo era molto più fornita di altre città del Paese, per via del mercato nero alla frontiera con Colombia. Oggi la storia è ben diversa.

Per ultimo, Marcelli accusa Carlo Cauti, collaboratore di Il Giornale, di avere superato “ogni limite” intitolando un report dell’Istituto Affari Internazionali: “Venezuela, la Siria del Sudamerica”. Ripeto: forse dovrebbe telefonare ai suoi amici che sono lì. O ritornarci presto – sperando che conosca quel bellissimo Paese – . È vero che il Venezuela non è come la Siria, ma solo nel 2015 ci sono stati 27.875 omicidi. Nel 2014: 24.980. Chissà se l’ultima volta che è andato in Venezuela è uscito la sera. I miei famigliari mi raccontano che dopo le sei di sera, le strade di Propatria – quartiere molto popolare all’ovest di Caracas, dove sono cresciuta – restano completamente deserte. Le feste ora si fanno solo dentro le mura di casa. Con sorrisi e gioia, nonostante tutto. I miei amici sono pronti a ospitare Marcelli, quando vuole, a Caracas. Così magari al ritorno ci aggiorna.

CHI È FABIO MARCELLI

Nato a Roma nel 1956 a Roma, Marcelli è “dirigente di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del Cnr, e dirigente dell’Associazione dei giuristi democratici a livello nazionale, europeo e internazionale”, si legge sul profilo del Fatto. È assiduo all’Ambasciata del Venezuela a Roma, dove è stato invitato a parlare del ruolo dei nuovi organismi internazionali in America latina: Celac e Unasur. Interessante la sua visione parziale sulla situazione cubana espressa nell’articolo: “Auguri Fidel, novant’anni spesi per Cuba e per il mondo”.

ultima modifica: 2016-09-08T12:35:59+00:00 da Rossana Miranda

 

 

 

 

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