L'approfondimento di Daniele Meloni

Cifre da capogiro per il calciomercato della Premier League. Nella transfer- window chiusasi ieri notte le 20 squadre del campionato più ricco del mondo hanno speso 1, 16 miliardi di sterline, contro gli 870 milioni di pounds dell’anno precedente. Solo nella giornata di ieri, durante l’appuntamento – più mediatico che altro del deadline day, con Sky Sports e BBC Sport che hanno trasmesso una diretta integrale dalle sedi di tutti i club – le società hanno speso oltre 60 milioni di euro. E non è un caso che il miliardo di sterline sia stato superato con i due nuovi acquisti del solitamente parsimonioso Arsenal, il cui manager, Arsène Wenger, una leggenda del calcio inglese, ha dovuto fare fronte alle crescenti richieste dei tifosi di investire sul mercato. Il livello di competitività di un club si misura ormai anche e soprattutto nel suo potere di attrarre i calciatori migliori pagando i salari più alti.

Ben 13 squadre su 20 hanno superato il loro trasferimento record, in alcuni casi anche due volte nella stessa sessione. Certo, ha destato scalpore l’acquisto per 89 milioni di sterline di Paul Pogba da parte del Manchester United, ma è al livello delle squadre medio-basse che la Premier League sorprende: il Crystal Palace, piccola squadra del sud-est di Londra ha speso 27 milioni per il centravanti del Liverpool, Christian Benteke; il West Bromwich – periferia di Birmingham – ha acquistato dal Tottenham l’ala destra della nazionale belga Nacer Chadli per 13, e il piccolo Burnley, neo-promosso quest’anno in massima divisione, ha speso 10 milioni per il nazionale irlandese Hendrick, dopo averne spesi in precedenza 8 per il belga Defour. Persino il volume di affari della Championship, la Serie B d’Oltremanica è stato di 215 milioni di sterline, oltre due volte rispetto al 2015.

Tutta questa financial bonanza deriva dallo stato di grazia di cui gode la Premier dopo il rinnovo del contratto dei diritti tv nel febbraio 2015, che ha visto rovesciare sui club 5,13 miliardi di sterline dal 2016 al 2019 da parte di Sky e BT. Ben il 71 per cento in più rispetto all’ultima asta del 2012. L’emittente della famiglia Murdoch ha quantificato la spesa per singola partita trasmessa in poco più di 11 milioni di sterline, con dirette in 53 paesi rispetto ai 35 precedenti e oltre 200 milioni di nuove famiglie di tifosi che potranno vedere il football britannico dall’Asia all’Australia, passando per l’Africa e per il nostro paese, dove la Premier, anche grazie al successo di Claudio Ranieri e all’arrivo di Antonio Conte, ha una copertura mediatica quasi al livello della Serie A.

Altro fattore che rende le società inglesi le più ricche è lo sfruttamento del merchandising. Basti pensare al Manchester United, che nel primo semestre del 2016 ha annunciato ricavi per 331,7 milioni di euro, con un aumento dei ricavi commerciali del 33 per cento rispetto a un anno fa, e di quelli da stadio del 20 per cento. Fondamentali per i Red Devils i due super-contratti di sponsorizzazione con Adidas e Chevrolet.

Ma non ci sono solo la tv e il merchandising. Richard Scudamore, da anni amministratore delegato della Premier League, ha tenuto a precisare come le società si sono impegnate a investire nei settori giovanili, nel miglioramento degli impianti e nelle comunità locali, con 56 milioni che verranno destinati alla creazione di terreni di gioco in erba sintetica.

(Nei prossimi giorni Formiche.net pubblicherà in 4 puntate un’analisi di Meloni non solo calcistica dei club delle 20 squadre del campionato)

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