L’elogio della mitezza, tema caro a Mino Martinazzoli, è stato il leit motiv dell’intervento del presidente Sergio Mattarella, ieri, alla commemorazione del politico democratico cristiano bresciano.

Il ricordo di Mino Martinazzoli mi è caro, da un lato, essendo stato tra i consiglieri nazionali della Dc, uno dei più favorevoli alla sua elezione a segretario del partito, in un’animata riunione dell’organo deliberativo della Dc; dall’altro mi turba il ricordo che fu proprio Martinazzoli ad assecondare le spinte irrazionali della “pasionaria di Sinalunga”, Rosy Bindi, e a liquidare il partito dello scudo crociato, con modalità tuttora oggetto di valutazione giurisdizionale.

Al Presidente Mattarella, infine, vorrei sommessamente evidenziare che se, certo, fa parte del suo ruolo di garante quello di richiamare tutti i politici alla mitezza, che non è arrendevolezza o sinonimo di debolezza nelle proprie convinzioni, lo è ancor di più quello di vigilare affinché non si adottino scelte, da parte di un governo e di un parlamento, de facto, illegittimi, che minano l’unità- sostanziale del popolo italiano.

Essa è garantita dal patto costituzionale del 1948, grazie alla “Grundnorm” condivisa dai padri della Repubblica, ed è minacciata dalla riforma-deforma del trio toscano che, con un voto di un parlamento di nominati eletti con legge incostituzionale, punta alla modifica di 48 articoli e con una legge super truffa, quale l’Italicum, a ridurre la condizione dei cittadini a quella di sudditi.

Lo scriviamo da molto, troppo tempo: l’unica via istituzionalmente corretta percorribile era e rimane quella di indire nuove elezioni con il “consultellum” per eleggere un parlamento legittimo e nomina di una bicamerale rappresentativa delle reali componenti della società italiana per procedere alle riforme.

In alternativa: elezione contemporanea del parlamento e di un’assemblea costituente, quest’ultima impegnata nel processo di riforma costituzionale.

Mino Martinazzoli, moroteo di lungo corso, al quale mi legava una sincera amicizia, non avrebbe mai condiviso ciò che è accaduto in Italia, prima e subito dopo la sentenza della consulta sul “porcellum”. Scelte che ci hanno condotti all’attuale situazione di crisi istituzionale assolutamente anomala e pericolosa per la nostra democrazia.

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