L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

La nota mensile sul mese di agosto, diffusa ieri dall’Istat, conferma il rallentamento dell’economia italiana, a causa della contrazione della domanda interna e, sul versante dell’offerta, della riduzione degli investimenti.

La crescita zero del pil italiano nel secondo trimestre dell’anno è stata determinata da una variazione negativa della spesa pubblica rispetto al trimestre precedente, pari allo 0,3% del pil (-258 milioni di euro), e da un’identica contrazione percentuale degli investimenti (-169 milioni). Macchinari in calo (-0,9%, pari a -249 milioni), aumento per i mezzi di trasporto (+1,4%), invarianza nel settore immobiliare. Poiché l’incremento della spesa delle famiglie è stata dello 0,1% (+164 milioni euro), inferiore alla contrazione della spesa pubblica, i consumi interni sono diminuiti di 77 milioni. Le esportazioni, invece, sono cresciute di 2 miliardi e 270 milioni, fornendo un contributo positivo alla crescita (+0,2%), e le importazioni di 1 miliardo e 615 milioni, con un saldo positivo di 655 milioni. La maggiore produzione esportata e la spesa delle famiglie hanno bilanciato l’effetto recessivo determinato dalla contrazione della spesa pubblica per consumi e degli investimenti.

Più in generale, va sottolineato che l’obiettivo di ridurre il debito pubblico mediante l’avanzo primario del bilancio ha un effetto recessivo: non tutte le entrate vengono, infatti, spese a favore dell’economia reale, in quanto questa somma è destinata al pagamento di una parte degli interessi. Nel 2014, l’avanzo primario è stato pari all’1,6% del pil; nel 2015 all’1,7%. Quest’anno dovrebbe arrivare al 2,8%, per poi crescere ancora: 3,8% nel 2017, 4,3% nel 2018 e 4,6% nel 2019. Il disavanzo serve, dunque, a pagare la quota di interessi che non è accollata al saldo primario. Nel 2018 e nel 2019 il Programma di Stabilità per il 2017 prevede addirittura un avanzo di bilancio (rispettivamente, +0,5% e +0,9% del pil) e che gli interessi sul debito ammontino al 3,8% ed al 3,7% del pil: l’effetto recessivo del bilancio è destinato ad aumentare, rendendo meno verosimili le previsioni di crescita. Il comparto privato dell’economia dovrà, infatti, compensare il crescente drenaggio di risorse effettuato dal bilancio pubblico a favore del sistema finanziario, destinatario netto di risorse fiscali, e sostenere da solo lo sviluppo. Questo è il primo punto politico da affrontare, che già determina lo scarrocciamento delle previsioni di crescita, anno dopo anno.

Per di più, anche la riqualificazione della spesa pubblica si sta dimostrando inefficace: quella contabilizzata ai fini dei consumi interni è in costante contrazione dal 2011, essendo passata in termini reali (valori monetari 2010) dai 321,7 miliardi del 2011 ai 310,9 miliardi del 2015. Il conto trimestrale della Pa conferma il calo delle spese per investimenti fissi lordi: in valori correnti, sono scese dai 41,3 miliardi del 2012 ai 37,3 del 2015, dopo il minimo di 36,9 miliardi del 2014. Le altre spese pubbliche in conto capitale sono, invece, cresciute notevolmente, passando dai 19,3 miliardi dal 2013 ai 23,4 miliardi del 2014, ai 29,5 miliardi del 2015. L’incremento è stato di oltre 10 miliardi in due anni. Il totale delle uscite pubbliche in conto capitale nel 2015 è arrivato, così, a 66,7 miliardi, superando quelle del 2014 (60,3 miliardi), del 2013 (57,7 miliardi), del 2012 (64,2 miliardi), del 2011 (61,9 miliardi) e mettendosi in pari con quelle del 2010 (66,7 miliardi). Negli scorsi due anni, a fronte della stazionarietà delle spese pubbliche correnti al netto degli interessi (+1%), l’intero risparmio sulle spese per interessi, ridotte da 77,6 miliardi del 2013 a 68,4 miliardi del 2015, è stato, quindi, destinato all’aumento delle uscite pubbliche di parte capitale, cresciute del 10%.

Considerato che, a livello economico complessivo, gli investimenti fissi lordi in euro correnti sono calati dai 276,6 miliardi di euro del 2013 ai 270,2 miliardi del 2015, con una contrazione di circa 6 miliardi, ne deriva che il contributo aggiuntivo di 10 miliardi recato dalla finanza pubblica in questi due anni è stato più che assorbito dalla tendenza del settore privato a ridurre gli investimenti.

In Italia, per le società non finanziarie, la quota di profitto è caduta dal 48% del 1999 al 40,7% del 2015, mentre gli investimenti sono scesi dal 22,5% al 18,5%: né la moderazione salariale, sin dal 1993, né la flessibilità del mercato del lavoro, prima in entrata e poi in uscita, hanno compensato la minore profittabilità derivante dal calo degli investimenti.

Questo è il secondo nodo della crescita zero, visto che l’aumento delle uscite pubbliche in conto capitale, ampiamente destinate a finanziare interventi privati, non ha contribuito né ad aumentare gli investimenti fissi lordi compessivi, né ad arrestarne il declino. Occorre chiarire, ora, se la riduzione delle imposte, incondizionatamente già promessa dal governo alle imprese, servirà a incrementare i profitti distribuiti, oppure sarà destinata a nuovi investimenti fissi in Italia e ai rinnovi salariali che incentivino la produttività. In Italia, i nodi della bassa crescita sono sempre gli stessi, da anni. E sempre più stretti.

Condividi tramite