L'articolo di Alberto Pasolini Zanelli

In Siria è guerra da cinque anni, ma mai come in questi giorni alle azioni belliche si erano intrecciate le speculazioni, i sospetti, le voci di sabotaggi che rimbalzano sui tanti fronti e, soprattutto, dall’uno all’altro Stato maggiore delle due principali coalizioni. Il conflitto sembra avviato addirittura a un nuovo apice proprio poche ore dopo che era stata raggiunta, o almeno annunciata, una nuova tregua più sostanziosa.

Ci avevano messo giorni e notti i due ministri degli Esteri, l’americano John Kerry e il russo Sergei Lavrov e avevano ottenuto un accordo, ormai quasi di sorpresa. Parziale, ma impegnativo.

È durato un paio di giorni e poi è crollato, si è disintegrato come tanti armistizi precedenti, ma stavolta in forme più pesanti e sotto una nuvola di sospetti.

Tutti ancora ricordano i due eventi maggiori: un’incursione aerea americana che ha colpito “per errore” le posizioni dell’esercito siriano e non quelle dei terroristi che dovevano essere l’obiettivo.

Sessanta morti e più di cento feriti per un “errore”. Immediate denunce e proteste da parte di Damasco e immediatamente anche di Mosca, con un’urgenza che, per un paio di ore, è parsa confermare l’impressione falsa che l’obiettivo e le vittime fossero soldati russi e non militi di Damasco.

La tensione accennava appena a diminuire quando è capitato il secondo incidente: l’attacco a un corteo di automezzi che portavano aiuti umanitari a un centro urbano sotto assedio. I camion sono bruciati e così i viveri e i medicinali.

Le accuse stavolta sono state rivolte alla Russia e, dopo la smentita, all’esercito di Assad. Nel dubbio, poche ore dopo, le clausole armistiziali sono state dichiarate decadute e le polemiche e le accuse sono ritornate anch’esse fiammeggianti.

Anche nelle capitali non dichiarate di questa crisi così ormai antica e sempre più confusa: a Mosca e a Washington.

Ma a Washington di più, o almeno più apertamente. Non è un segreto che l’accordo di tregua strappato dall’accanita buona volontà di John Kerry aveva incontrato opposizioni quasi senza precedenti in diversi settori del mondo politico americano e negli ambienti del Pentagono e del mondo politico americano. I militari avevano espresso con insolita “pubblicità” le loro preoccupazioni, basate naturalmente soprattutto sui sospetti nelle intenzioni del Cremlino.

Tutti sanno che la Russia è molto interessata, in Siria, soprattutto al mantenimento della base navale a Latakia e in conseguenza a un ruolo di grande potenza almeno in quella parte del Mediterraneo, ciò che le permette di mantenere e potenziare la propria quasi alleanza con l’Iran.

Sul piano tecnico, inoltre, lo Stato maggiore Usa aveva faticato molto a digerire la clausola, ribadita giorni fa nel vertice di Ginevra, sulla cooperazione nella strategia delle missioni aeree previste dall’accordo in funzione anti Isis. Al Pentagono si rilutta a essere costretti a scambiare informazioni con i russi, soprattutto perché questi ultimi potrebbero estrarre dai colloqui informazioni segrete sulle strategie americane attraverso i droni armati, non solo nel Medio Oriente, ma anche in altri scacchieri mondiali. Sospetti non fatti propri dalla Casa Bianca, ma tali da suscitare una forte irritazione a Mosca.

Ma non è solo dai gallonati che vengono le pressioni sulla Casa Bianca per invitarla a tirarsi in qualche modo indietro dagli accordi strappatile dal Segretario di Stato Kerry, da sempre impegnato al massimo per scongiurare tensioni eccessive nel Medio Oriente, compreso il trattato con l’Iran.

Kerry è succeduto come ministro degli Esteri, non va dimenticato, a Hillary Clinton, che invece era e continua a essere fervida sostenitrice di una linea politica nel Medio Oriente ispirata alle “guerre umanitarie” ed entusiasta della “primavera araba” anche dopo che è diventato chiaro quanto essa sia fallita e quanto responsabile della disgregazione politica di quella parte del mondo.

Le tensioni in Siria hanno, dunque, ripercussioni anche nella campagna elettorale per la Casa Bianca, in cui i contrasti fra la linea Clinton e quella Trump diventano sempre più acuti.

(Pubblicato su Italia Oggi, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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