Conversazione con Alex Vatanka, analista dell'International Crisis Group

Vladimir Putin è arrivato martedì scorso a Samarcanda, dove ha deposto una corona di fiori sulla tomba di Islam Karimov, il presidente dell’Uzbekistan morto la scorso settimana in seguito a un’emorragia cerebrale. Ai funerali del 78enne leader, tenutisi il 3 settembre, sempre nella storica città lungo la Via della Seta, la delegazione russa era stata guidata dal premier Medvedev.

Padre-padrone di Tashkent dal 1989, nominato alla guida della repubblica sovietica da Mikhail Gorbaciov, prima di presiedere il Paese a partire dell’indipendenza, e per tutta la sua storia, Karimov riuniva in sé i vizi dell’apparatchik di regime e del capo tribù nomade, racconta Daniil Kislov di Fergana News, il sito che tra i primi ha dato l’annuncio dell’ictus e della morte, negata per giorni dai media governativi. Dopo la caduta dell’Urss, però, Karimov ha cercato di barcamenarsi tra le grandi potenze, mantenendosi in equilibrio, con doti da acrobata, su fili che portavano in direzioni diverse: Mosca, soprattutto, ma anche Washington e Pechino (il presidente acconsentì a che gli americani fornissero rifornimenti ai propri alleati in Afghanistan attraverso il territorio dell’Uzbekistan, che confina con Kabul).

Sospettoso di ogni potenziale rivale, Karimov non aveva risolto la questione della propria successione. Secondo la Costituzione uzbeka, le funzioni di capo dello Stato passano adesso nelle mani del presidente del Senato, che deve indire elezioni entro tre mesi. Il voto, però, non si svolgerà in un contesto libero, dal momento che l’Uzbekistan figura tra gli ultimi posti nei vari indici internazionali relativi a diritti umani e libertà d’espressione (le Nazioni Unite hanno parlato dell’uso della tortura contro dissidenti e oppositori). Chi sarà, quindi, il successore di Karimov, da offrire alla sanzione popolare? Lo stesso presidente del Senato, Nigmatulla Yuldashev, non è considerato dagli analisti un potenziale erede. La figlia maggiore di Karimov, Gulnara Karimova, ex stella mediatica, donna d’affari, cantante pop e disegnatrice di moda, è caduta in disgrazia nel 2013, dopo accuse di corruzione (non era presente al funerale, si dice che sia agli arresti domiciliari). I favori potrebbero andare all’attuale premier Shavkat Mirziyoyev, che molti considerano il preferito del Cremlino. C’è un particolare che potrebbe rafforzare questa ipotesi. Il processo di selezione della leadership è tanto opaco quanto lo era ai tempi dell’Urss. Come spiega William Courtney, specialista di Euarasia presso Rand Corporation, ex ambasciatore americano in Georgia e Kazakistan, chi sovrintendeva al funerale del leader era generalmente il suo successore. Bene, a guidare la commissione incaricata di occuparsi delle esequie è stato proprio Mirziyoyev.

Alex Vatanka, analista dell’International Crisis Group, con un focus su Iran e Asia centrale, concorda nel considerare un forte ruolo dei russi: “In tutti gli Stati dell’Asia centrale che facevano parte dell’Unione Sovietica”, racconta a Formiche.net, “Mosca, pur da player esterno, continua a recitare una parte importante. Anche se le relazioni tra Russia e Uzbekistan sono controverse, non c’è leader uzbeko che non parta da un presupposto: cominciare col piede giusto la storia dei suoi rapporti con Mosca”.

È probabile, quindi, che i russi avranno voce in capitolo nella scelta del successore di Karimov. Il quale dovrà sobbarcarsi un’eredità difficile, perché la gestione del Paese da parte del despota è stata tutt’altro che un modello. Malgrado le riserve di oro e gas naturale, l’Uzbekistan è molto povero, il sistema economico è gestito in maniera centralizzata, con un pugno di ferro che costringe i cittadini – compresi bambini in età scolare – a partecipare ogni anno alla raccolta del cotone. La caduta dei prezzi internazionali dell’energia e la diminuzione delle rimesse dall’estero, causa crisi dell’economia russa, hanno aggravato ulteriormente la situazione. Probabilmente al Paese servirebbe una maggiore apertura verso il mondo esterno, compreso quel blocco islamico con il quale sinora le relazioni sono state piuttosto deboli. Ma, come sottolinea l’analista dell’International Crisis Group, per fare questo l’Uzbekistan dovrebbe rovesciare una politica di lungo periodo: “Karimov aveva deciso sostanzialmente di escludere dalla propria prospettiva il mondo musulmano. Era un leader laico, secolare, con la s maiuscola. Era sospettoso di tutto ciò che riguardava l’Islam. Ora, è vero che la delegazione iraniana al funerale era tra quelle di maggior livello, perché guidata dal ministro degli Esteri Zarif, l’artefice del deal nucleare con gli Stati Uniti. Ma l’Iran dovrà essere molto prudente se vorrà stabilire relazioni nuove, e fruttuose, con il nuovo leader dell’Uzbekistan. Dovrà, quindi, lasciare da parte qualsiasi discorso riguardante la religione”.

Il fattore religioso, però, è tutt’altro che trascurabile, perché il fondamentalismo jihadista non è alieno all’Asia centrale. Anzi, l’Islamic Movement of Uzbekistan ha proclamato la propria adesione al Califfato. Alcuni analisti temono che la lotta per la successione a Karimov possa creare instabilità, aumentando l’attrattiva del jihad. Vatanka, però, non è affatto allarmista: “L’Uzbekistan ha una storia contrastante riguardo all’estremismo islamico. È vero che ci sono alcuni fattori, dagli alti tassi di povertà alle dure politiche di repressione interna del dissenso, che aiutano la propaganda islamista. D’altra parte, però, l’Uzbekistan è un Paese grande e il suo problema con l’estremismo islamico è piuttosto limitato e localizzato. Non bisogna esagerare la minaccia. L’eredità sovietica è ancora forte e l’Islam dell’Asia centrale non è necessariamente compatibile con quel radicalismo islamico che vediamo all’opera altrove”.

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