L'analisi di Angelo De Mattia

È stato prorogato il termine (che sarebbe scaduto lunedì scorso) per le offerte vincolanti riguardanti l’acquisizione delle quattro banche salvate. Entro la settimana saranno presentate dunque altre offerte dopo quelle che sarebbero state già avanzate dai fondi e dalla Popolare di Bari. Il modo in cui sono state gestite, innanzitutto da parte della Vigilanza unica e della Commissione Ue, le procedure riguardanti i predetti istituti è la dimostrazione di quel che non andrebbe fatto. In un primo momento infatti era stato fissato il termine del 30 aprile entro il quale la vendita avrebbe dovuto essere effettuata, non considerando che ciò avrebbe favorito gli eventuali interessati all’acquisizione. Su queste colonne avevamo dunque segnalato la singolarità e i rischi di una tale decisione, sulle prime tuttavia mantenuta ferma, ma poi giocoforza spostata al 30 settembre di fronte all’evidenza dell’insensatezza di quel termine.

Ora ci siamo incamminati verso il nuovo termine dopo che alcune offerte non sono state accolte (per motivazioni che le cronache segnalano come prevalentemente formali) ma sarebbero poi state ripresentate. L’importo complessivamente proposto sarebbe stato comunque sideralmente lontano dagli 1,8 miliardi oggetto del finanziamento da parte banche italiane ai fini della risoluzione. L’inosservanza del termine del 30 settembre avrebbe conseguenze pesanti, a cominciare dalla considerazione dell’intervento pubblico come aiuto di Stato con le relative sanzioni. Ovviamente la fissazione di una nuova scadenza e soprattutto la sua pubblicizzazione continuano a indebolire il venditore, anche perché una proroga è intervenuta, mentre sarebbe non poco opportuno che emergesse invece la possibilità di uno slittamento se le offerte non fossero ritenute congrue e che ciò fosse condiviso dalle autorità europee.

L’altro errore, grave, compiuto è stato quello di avere ipotizzato esclusivamente la vendita in blocco delle quattro banche, rinunciando in un primo momento a un’alienazione separata che, anche in questo caso, è stato poi giocoforza prevedere. Si può dire a questo punto che la prima sperimentazione delle procedure di risoluzione con il relativo seguito offre l’immagine di un esito, almeno fin qui, assai deludente. Sarà necessario, quando questa telenovela si sarà conclusa, una profonda valutazione critica e autocritica, anche da parte degli uomini che a vario titolo hanno partecipato alle scelte.

Tra gli intermediari interessati all’acquisizione vi sarebbero, oltre a quelli sopra indicati, Bper, Bnl-Paribas, Crèdit Agricole e Ubi. Farebbe parte degli offerenti anche il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi: se la notizia fosse confermata, il Fitd dovrebbe dimostrare in questa circostanza (attraverso il “braccio volontario” o direttamente) quel che non è stato capace di fare al momento dell’intervento sulle quattro banche da salvare, ritenendosi irrimediabilmente bloccato dalla prospettazione, da parte della Commissione Ue, dell’accusa di aiuto di Stato, contro la quale poi ha dovuto reagire, a cose fatte, per il caso Tercas, finendo così con il dar ragione implicitamente a chi, come questo giornale, sosteneva la necessità e l’urgenza di agire in sede giurisdizionale.

È ovvio che le valutazioni dei potenziali offerenti si concentrino sulla redditività, sulle sofferenze e sulle risorse umane, che andrebbero comunque salvaguardate se non altro per tener fede alle dichiarazioni rese a suo tempo dal governo, secondo le quali l’operazione di risoluzione avrebbe avuto la finalità anche di salvare l’occupazione. Vedremo ora quale sarà il seguito. Intanto, se si raffronta questo caso con quelli similari del passato, si registra l’abissale differenza in fatto di tempi, di modi e di successo delle iniziative, a proposito delle quali è solo una favola ripetere che l’onere della sistemazione in banche in difficoltà si ribaltava sul contribuente, come insegna il caso Sga, la bad bank del Banco di Napoli, dal cui operare il Tesoro ha tratto un evidente vantaggio. Abbiamo concorso ad abbandonare inspiegabilmente la via vecchia per quella nuova ricca di ostacoli e buche. Anche per questo tipo di raffronti bail-in e burden sharing andranno sostanzialmente rivisti.

(Pubblicato su Mf, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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