Perché scorgo una sinistra deriva nella Grecia di Tsipras

Perché scorgo una sinistra deriva nella Grecia di Tsipras
L'analisi di Teo Dalavecuras

Secondo una prassi ormai collaudata e vincente, nelle scorse settimane il governo di Atene ha polarizzato il dibattito pubblico su temi svariati (dal rapporto tra lo Stato e la Chiesa di Grecia alla lotta alla “diaplokì”, una sorta di piovra politico-economica che negli ultimi quarant’anni avrebbe soffocato la Grecia e dalla quale la attuale maggioranza sinistra-destra di Syriza e Anel, pure infarcita di ex parlamentari del Pasok di Andreas Papandreou, riconosciuto “inventore” della sullodata Diaplokì, sarebbe miracolosamente immune, fino a un’ampia revisione della Costituzione da affidare al popolo e non a élites tecnocratiche), mentre faceva approvare in parlamento, nel giro di poche ore, un mastodontico disegno di legge destinato a introdurre una dozzina di riforme richieste dalla Troika per sbloccare un versamento di 2,8 miliardi di euro, ma invise alla base elettorale di Syriza.

L’ultimo eurogruppo si è, quindi, concluso festosamente con la decisione di versare la somma – sia pure in due rate – e il compiacimento del presidente Jeroen Dijesselbloem e del commissario Pierre Moscovici per l’impegno dimostrato dalla parte ellenica nel tenere fede agli impegni assunti.

Christine Lagarde non si è lasciata sfuggire l’occasione per ripetere, per l’ennesima volta, che senza un robusto ridimensionamento del debito di Atene, qualsiasi tentativo di risanare la situazione economica greca è destinato al fallimento, e lo zio Wolfgang (Schäuble) ha borbottato, come al solito, che il problema dell’economia ellenica non è il debito ma la scarsa produttività.
C’è da rimpiangere l’ex ministro delle finanze professor Yanis Varoufakis che almeno movimentava la scena, tra l’inverno e la primavera dell’anno scorso, con i suoi show e le continue giravolte che lasciavano allibiti i colleghi dell’eurogruppo.

Ciò che accade attorno all’economia greca ha sempre meno senso, salvo quello di far guadagnare tempo a una Unione europea sempre più sfaldata e priva di bussola.

LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI 

Rispetto alle condizioni comatose dell’economia greca (ammesso che a qualcuno interessino), il versamento di 2,8 miliardi è irrilevante, posto che servono solo a pagare altrettanto debito in scadenza.

Le leggi di riforma approvate in settembre dal Parlamento di Atene sono poco più di un cache-sexe (avrebbe detto la buonanima di Enrico Cuccia) utile all’Eurogruppo per sbloccare i 2,8 miliardi: effetti pratici sul dinamismo e/o la flessibilità del sistema socio-economico greco zero, e ciò per la banale ragione che gli attuali detentori del potere e le loro clientele sono fermamente decisi a non attuarle, anche a prescindere dal fatto che le ricadute favorevoli delle riforme sono in ogni caso un’eventualità di medio-lungo termine.

Che il problema economico greco non sia il debito ma la produttività è ovvio, ma è altrettanto ovvio che per un’economia fiaccata da sei anni di recessione, costretta a inseguire avanzi primari e quindi condannata a una politica di inasprimenti fiscali basati sulle imposte indirette (soprattutto Iva e imposta sulla proprietà immobiliare), l’incremento della produttività è un obiettivo impensabile. Il solo obiettivo concreto è la sopravvivenza a breve termine, perseguita attraverso il consumo del capitale esistente. ciò che non è certamente di buon auspicio per la produttività.

LE OCCASIONI MANCATE

C’è un’alternativa a questa spirale autodistruttiva? Verrebbe da dire che ci sarebbe stata, se i governi che si sono succeduti negli ultimi sei anni avessero concentrato gli sforzi sulle riforme a costo zero (stato di diritto, ordine pubblico, pubblica amministrazione, giustizia, mercato del lavoro) che, senza la pretesa di alimentare immediati cicli di ripresa o di aumenti della produttività, avrebbero potuto creare un ambiente più favorevole all’iniziativa economica. Sino al 2014, tuttavia, si trattava di governi politicamente troppo deboli per incidere sulle posizioni di rendita che normalmente si oppongono a queste riforme. Dal 2015, poi, la Grecia è governata da un’alleanza tra sinistra corporativa e/o paleosovietica e estrema destra nazionalista, che avversa ogni politica di riforme per un miscuglio di concreti calcoli elettorali e anchilosi ideologiche. Il risultato è un governo che da un lato esegue con zelo le direttive dei creditori in termini di accumulazione di avanzi primari attraverso continui inasprimenti dell’imposizione indiretta (a spese della crescita), dall’altro produce riforme di facciata senza nessun beneficio per il clima economico generale e in ultima analisi ha ingessato il paese in una condizione priva di sbocco.

Per un paradosso solo apparente questa condizione favorisce il consolidamento al potere del governo Tsipras, che nel generale scontento e nella diffusa frustrazione trova un terreno fertile per la propria martellante propaganda populista, impostata negli anni dell’opposizione e proseguita nei quasi due anni di governo secondo lo schema – da noi ben noto – della forza di lotta e di governo (più correttamente: di potere). A questo riguardo va pur detto che il successo non è tutto merito di Tsipras e di Syriza, ma, almeno in eguale misura di un elettorato, quello ellenico, particolarmente immaturo e sensibile alle lusinghe della più vieta retorica nazional-populistica. Senza trascurare la circostanza che anche in Grecia, come in gran parte del mondo occidentale, la classe media, sostanza razionale della democrazia di massa, in questi anni si è progressivamente ridotta a simulacro di ciò che era.

In questa situazione, anche il margine di manovra dei paesi creditori si è molto ridotto. È vero, infatti (come ripete la signora Lagarde e il governo Usa che ne è il protettore), che il debito di Atene non è sostenibile e deve quindi essere fortemente ridotto (in un modo o nell’altro), ma, a parte le difficoltà politiche dei paesi del nord Europa, Germania in primis, un taglio del debito non avrebbe, quanto meno a breve, tangibili effetti sulla crescita ma prevalentemente l’effetto di regalare un formidabile argomento alla propaganda di Tsipras, che in materia ha già dimostrato di cavarsela molto bene. Col risultato di consolidarlo nel ruolo di dominus della politica greca e di rinviare a un futuro remoto ogni prospettiva di riforma e razionalizzazione del sistema socio-economico ellenico. O, più precisamente, di dare una spinta potente al processo di allontanamento del sistema politico ellenico dai canoni di democrazia sui quali si fonda la partecipazione alla pur sfilacciata comunità politica dell’Unione europea.

TRA CHAVEZ ED ERDOGAN 

Il processo è già in corso anche se – a differenza di quanto accaduto per esempio nei confronti della Polonia – né le istituzioni comunitarie, né gli stati membri più influenti hanno mostrato di farci caso, e si manifesta in vari modi.

C’era stato un assaggio nell’aprile scorso, quando la Esiea, la Cassa di previdenza dei giornalisti di Atene, che esercita anche funzioni disciplinari, aveva sospeso per un periodo tra sei e diciotto mesi cinque giornalisti e un dirigente editoriale del Gruppo Skai, rei di avere sostenuto, nel luglio scorso, all’epoca del famoso referendum, le ragioni del Sì.

Una delle manifestazioni più significative, però, c’è stata in agosto, con l’indizione, secondo modalità in patente violazione di una riforma del sistema radiotelevisivo voluta l’anno scorso dal governo Tsipras, di una gara per l’assegnazione di quattro frequenze del digitale terrestre “generaliste” di ambito nazionale, con contestuale cessazione dei canali televisivi non aggiudicatari, anche se in esercizio da anni. Non è tanto la palese volontà di mettere a tacere voci critiche che colpisce, quanto la giustificazione adottata e i modi. Per giustificare la limitazione a quattro delle frequenze da adottare Tsipras spiegò, in un’intervista col direttore del quotidiano Kathimerinì che, siccome ogni canale televisivo generalista di ambito nazionale costa 50 milioni di euro l’anno, e la “torta” pubblicitaria è di 200 milioni l’anno, il mercato può sostenere non più di quattro canali: puro Gosplan, anche se forse i tecnici sovietici potevano sviluppare argomentazioni un po’ più sofisticate. Quanto ai modi per raggiungere il risultato, Tsipras non ha esitato a scavalcare l’Autorità indipendente per le telecomunicazioni, organo competente di rilevanza costituzionale, per affidare la gestione della gara in via esclusiva, e con poteri sostanzialmente illimitati, al ministro per il Territorio Nikos Pappas, una sorta di segretario alla presidenza del Consiglio, il quale ha dettato le regole per lo svolgimento della gara per poi violarle disinvoltamente in corso d’opera e accusare chiunque se ne lamentasse di favorire la diaplokì.

Altra manifestazione, niente affatto secondaria, è il sistematico intervento sulla magistratura (agevolato dalla circostanza che la Costituzione greca attribuisce al governo il potere di nominare, con l’intermediazione meramente notarile del presidente della Repubblica, i vertici delle magistrature superiori). La subordinazione della magistratura all’esecutivo ha avuto recentemente una mirabile manifestazione nella decisione del presidente del Consiglio di Stato (giudice di ultima istanza in materia amministrativa) di rinviare sine die la discussione dei numerosi ricorsi proposti contro il procedimento di assegnazione delle frequenze del digitale terrestre. Decisione senza precedenti che ha determinato le immediate dimissioni dei due vicepresidenti dell’associazione dei magistrati del Consiglio di Stato. Tsipras ha replicato convocando nel proprio ufficio i vertici delle magistrature superiori, ai quali ha inopinatamente assicurato che il governo non pensava a nessuna riduzione degli stipendi dei magistrati, ma anzi non escludeva a priori qualche ritocco verso l’alto delle retribuzioni dei giudici ai vertici della gerarchia. Degna di nota è anche la dichiarazione del presidente del Consiglio di Stato all’uscita dall’incontro con il premier. “Compito del giudice”, ha affermato l’alto magistrato, “è prestare ascolto al palpito della società”.
Insomma, sia pur con metodi più felpati, una politica che ricorda da vicino quella di Erdogan.

Questi e altri episodi hanno indotto una commentatrice, la giurista Melina Daskalaki, a parlare di “falcidia” (con espresso riferimento alla Lex Falcidia), poi di “dirottamento” delle istituzioni elleniche e infine, di socialismo nazionalistico (ci si perdoni una traduzione un po’ eufemistica del termine “nazionalsocialista”).

A onor del vero, fatta eccezione per qualche libero pensatore e alcuni organi d’informazione critici verso il governo (con i quali Tsipras sta regolando definitivamente i conti), questa deriva chiaramente autoritaria e vagamente sovietica della Grecia non suscita particolare attenzione nemmeno all’interno. Sicché non stupisce che né nelle principali capitali europee, né a Bruxelles, si faccia caso a questi sviluppi. Se sta bene ai greci… E poi Tsipras è pur sempre un uomo di sinistra, con tutto quel che di rassicurante l’attributo comporta.

ultima modifica: 2016-10-15T07:00:46+00:00 da Teo Dalavecuras

 

 

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