Ci convince a votare SI più un esponente del fronte del NO che un esponente del fronte del SI. Così come ci convince a votare NO più un esponente del fronte del SI che un esponente del fronte del NO. Questo è il fatto.

Se guardiamo al fronte del SI, tranne Renzi e il buon Richetti, nessuno tra politici ed esperti di giurisprudenza è capace di “vendere” agli italiani il prodotto riforma costituzionale.
I politici – forti della loro empatia – provano a venderla entrando nel merito, esemplificando i punti chiave giuridici. I “tecnici”, invece, pensando che la via migliore per essere efficaci sia quella di evitare di discutere di tecnicismi giuridici, provano a venderla illustrando il “contesto” entro cui la riforma va calata e che, a loro modo di vedere, la legittima più di ogni altra cosa.
Il risultato è che: i primi banalizzano gli aspetti tecnici al punto da depotenziarne il valore, ad esempio per ciò che riguarda l’impatto verso i cittadini e il loro ruolo civico; i secondi finiscono col parlare d’altro. Della crisi globale, della speculazione finanziaria, del perenne clima elettorale in cui vivono le democrazie di mezza Europa, di Leopoldo Elia, della Clinton e di Trump. Un minestrone che lascia gli indecisi più confusi che persuasi. È un po’ come se un concessionario, per convincere il proprio cliente ad acquistare l’automobile, illustrasse i pericoli di un possibile accordo tra Erdogan – Putin. Ecco.
Se guardiamo al fronte del NO, tolto Travaglio che ha a cuore solo le sorti del Fatto Quotidiano e che quindi fa dell’opposizione a qualsivoglia governo una questione puramente d’affari – gestendoli peraltro fin troppo bene per un povero paese come l’Italia che avrebbe invece bisogno di giornalisti -, c’è una vera e propria piccola bottega degli orrori. Si va da D’Alema a Brunetta passando per Fini e Schifani; e poi, da Landini a Civati passando per Cuperlo e Bersani, i quali per la verità appartengono al fronte del NI.

Le ragioni del NO vertono quasi esclusivamente più sulla legge elettorale, l’attuale l’Italicum – destinato a essere giustiziato dalla Corte Costituzionale ma solo dopo il 4 Dicembre -, che sulla riforma costituzionale. Travaglio, in particolare, poiché la riforma è fatta da articoli, chissà forse per una questione di deformazione professionale, si concentra molto sul numero di battute di cui si compone ogni articolo che sarebbe modificato. “L’articolo tal dei tali oggi è di 3 righe, se passasse la riforma diventerebbe di 10”. Che qualcuno spieghi a Travaglio che non sono articoli di giornale destinati alle rotative!

La verità è che è tutto un vero pasticcio. Se è vero, infatti, che bisognerebbe giudicare la riforma per quello che è, senza considerare il combinato disposto con l’Italicum, non si può ignorare che il cittadino deve votare una riforma costituzionale senza sapere quale sistema elettorale andrà a popolare il Parlamento alle prossime elezioni. Sempre che ci facciano votare in questo paese. Così come non si può ignorare il trasformismo che condiziona pesantemente la composizione effettiva del Parlamento. In questa legislatura, sono 300 i parlamentari che hanno abbandonato il gruppo parlamentare all’interno del quale erano stati eletti.
Statistiche alla mano, poi, è del tutto evidente come l’iter parlamentare di un disegno di legge non dipenda dal ping pong tra le due camere quanto invece dalla scarsa coesione politica che molto spesso affligge i partiti promotori perfino al loro interno.

Sul referendum costituzionale il governo, più dell’opposizione, sta alzando la posta al punto da renderlo un evento di portata internazionale offrendo un ghiotto boccone alla speculazione finanziaria che, un po’ come Travaglio, gioca solo per sé. C’è da attendersi che i cosiddetti mercati faranno il loro mestiere: quello di scommettere sull’esito referendario indipendentemente da quale esso sia, provocando disastrose distorsioni sulla nostra già malata economia.

Continuo a credere che sia più giusto votare SI. Non ci farebbe bene indebolire l’ennesimo governo. Non farebbe bene all’Italia assistere all’ennesimo rimpasto di governo deciso all’interno del Palazzo. Continuo a credere che sia più giusto votare SI perché quelle facce lì, quelle di D’Alema, Di Schifani, Fini e Travaglio non sono certamente facce di patrioti. Ragioni che non riguardano il merito della riforma. Tant’é. Al governo il compito di venderla meglio.

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