L'articolo di Marco Zoppas

In un brano di qualche anno fa, Almost Like The Blues, Leonard Cohen ironizza sulle stroncature ricevute dai critici, paragonandole alle peggiori catastrofi mondiali. In effetti non ha molto senso fare una vera e propria recensione di You Want It Darker a pochi giorni dall’uscita. Si possono solo scrivere le prime impressioni perché i suoi dischi hanno l’abitudine di insinuarsi dentro di te e crescere col tempo. Ti conquistano a poco a poco e devi lasciarli maturare.

Contrariamente a quanto si dice in giro, i suoi lavori non hanno nulla di deprimente. Semmai è vero il contrario. Se ti senti giù di morale ti prendono per mano, ti accompagnano nel percorso fino a farti risalire in superficie, e non ti lasciano più. Anthem (del 1992) rimane tuttora il miglior antidoto alla smania del perfezionismo che sia mai stato pubblicato: “Dimentica la tua offerta perfetta / C’è una crepa in tutte le cose / E’ così che entra la luce”. Ribadiamolo: la luce, ovvero la nostra salvezza, filtra attraverso le crepe e le inadeguatezze, non quando ci riteniamo nel pieno delle forze. Cohen ha infatti dichiarato che la sua opera vuole proporsi come un “manuale per come convivere con la sconfitta”.

Le note di copertina ci informano che You Want It Darker non avrebbe mai visto la luce senza il contributo fondamentale del figlio di Leonard nelle vesti di produttore, avendo il padre avuto seri problemi di salute. L’album, inoltre, esce a ridosso di due eventi di notevole importanza – uno privato e uno pubblico.

Il primo riguarda la scomparsa di una delle due grandi muse di Leonard Cohen, vale a dire Marianne (l’altra è stata Suzanne). Su internet è reperibile sia la lettera di addio del poeta – è quasi un arrivederci, anche lui sente la fine approssimarsi – sia la risposta scritta da un amico in cui lo assicura che Marianne è spirata mentre lui le sussurrava dolcemente le parole di Bird On The Wire, famosa canzone di Leonard a lei dedicata.

Il secondo evento riguarda l’assegnazione del premio Nobel al suo collega e – perché no? – rivale Bob Dylan. Entrambi, a inizio carriera, furono lanciati dallo scopritore di talenti John Hammond, un personaggio leggendario nell’ambito della musica americana. I due si sono frequentati nel corso degli anni. Va detto che Leonard Cohen è forse l’unico autore di canzoni a non essersi mai sentito intimidito dalla figura di Bob Dylan. Un episodio, fra i tanti, spiega bene la differenza di stile e di approccio tra i due: Bob, che ha sempre venerato Hallelujah, in una conversazione chiede a Leonard quanto tempo avesse impiegato a scrivere la canzone. “Due anni”, risponde Leonard (che in realtà ne aveva impiegati cinque). A Leonard piace la dylaniana I And I, e gli chiede quanto ha impiegato a scriverla. “Quindici minuti”, risponde Bob.

The New Yorker ha recentemente pubblicato un’interessantissima intervista a Leonard Cohen con il coinvolgimento di Bob Dylan stesso che ha voluto esprimere la propria ammirazione per il collega, non esitando a definire Leonard Cohen il numero uno e se stesso – con la consueta assenza di modestia – il numero zero, nel senso che nessuno lo può ovviamente accostare.

Un’epoca se ne sta andando? Cohen e Dylan sono istituzioni ormai, entrambi acciaccati. Nell’ultimo album di Buddy Guy, un veterano del blues che ha avuto qualcosa da insegnare persino a Jimi Hendrix, c’è una canzone struggente – Come Back Muddy – dedicata allo scomparso Muddy Waters e ai bei tempi che furono. Ma Leonard Cohen mette al bando la nostalgia, vuole accomiatarsi con un certo stile e una certa cattiveria. I panni del vecchio saggio gli stanno stretti: ha già confessato in My Secret Life del 2001 di mentire e barare proprio come fanno tutti gli altri.

Going Home del 2012 ha un testo spiazzante e introduce una specie di sdoppiamento. Qualcuno (il suo padrone? La sua personalità numero due?) gli parla senza troppi preamboli, lo definisce un “pigro bastardo” e dice a Leonard quel che gli è consentito e non gli è consentito scrivere. La stessa voce ritorna adesso con You Want It Darker, ma si è fatta più tenebrosa. Leonard questa volta le risponde, ammette di aver frainteso i suoi ordini (“non sapevo di avere il permesso di uccidere e mutilare”) e si ribella affermando che non vuole più stare al suo gioco.
Il suo nuovo lavoro è sorprendentemente intriso di simbolismo cristiano. L’ebreo Leonard Cohen sembra addirittura parlare a Gesù Cristo, il Dio che si è fatto uomo. Possono i due forgiare un’alleanza, stipulare un trattato? La risposta è un sonoro no. La penultima canzone – It Seemed The Better Way – recita infatti che “ora è troppo tardi per porgere l’altra guancia”, e se la versione cristiana poteva presentarsi come la verità una volta, ahimè, “non è la verità oggi”.

Ha ancora un senso la parabola dell’acqua tramutata in vino? Il cristianesimo è un messaggio di amore o di morte? Leonard è perplesso. Su questo tiene la bocca chiusa.

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