Auspicato da alcuni, temutissimo da altri. Sicuramente c’è attesa per l’imminente viaggio di Bergoglio a Lund, in Svezia (31 ottobre-1 novembre), per commemorare i cinquecento anni della Riforma luterana. Anche perché il papa gioca la partita ecumenica a modo suo e, se pure rilancia sempre la palla dentro il campo disegnato dal Concilio Vaticano II, certi suoi dribbling creano aspettative e impongono gli straordinari al guardiano dell’ortodossia, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Gerhard Müller.

LUTERO È ENTRATO IN VATICANO

L’omaggio alla Riforma è idealmente iniziato il 13 ottobre scorso quando Lutero ha varcato le porte del Vaticano. Una sua statua ha fatto mostra di sé in Aula Nervi, dove Bergoglio stava ricevendo un gruppo di pellegrini luterani. Non è mancato chi ha ricordato che quel giorno si apriva un altro centenario, quello delle apparizioni della Madonna di Fatima. Ricorrenza passata sotto silenzio, mentre Francesco ha salutato calorosamente i protestanti, dialogando con loro di “santi che riformano la Chiesa” e del primato della testimonianza dei cristiani, con annessa condanna del proselitismo, “il veleno più forte”. Ancora una volta Francesco ha fornito la sua visione dell’ecumenismo della misericordia, fatto di gesti e cammino comune all’insegna della carità verso poveri e immigrati: “Nel metterci a servizio dei più bisognosi sperimentiamo di essere già uniti”. E ha confermato l’allergia per le speculazioni dottrinali: “Mentre i teologi portano avanti il dialogo – ha detto ai pellegrini – voi continuate a cercare con insistenza occasioni per incontrarvi, conoscervi meglio, pregare insieme e offrire il vostro aiuto gli uni agli altri e a tutti coloro che sono nel bisogno”.

I TISCHREDEN DI BERGOGLIO

Di ritorno dall’Armenia, il 26 giugno, nella consueta conferenza stampa volante, Francesco così si è espresso: “Credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare. C’era corruzione, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Lui ha fatto una ‘medicina’ per la Chiesa”. Parole che hanno ricevuto consensi, preoccupazioni e distinguo, anche da parte protestante, come il valdese Paolo Ricca, che si è affrettato a contestare che la Riforma sia nata contro la mondanità della Chiesa: “Il punto vero su cui ha fatto perno la Riforma non era un problema morale ma teologico”.
Ma Francesco, appunto, dei problemi strettamente teologici non se ne preoccupa. Come ha detto chiaramente nel novembre 2015 visitando la Christuskirche luterana di Roma. Alla domanda di una donna protestante, moglie di un cattolico, sulla possibilità di poter partecipare insieme allo sposo “alla Cena del Signore”, Francesco ha risposto: “Lascio la domanda ai teologi”. Così sul tema dell’intercomunione – che la Chiesa cattolica ammette solo con le Chiese ortodosse, non con quelle protestanti – ha rilanciato il criterio del discernimento. Il papa ha detto alla signora che lui non può darle il permesso di ricevere l’Eucarestia, perché non è di sua competenza, ma che lei avrebbe dovuto “parlarne con il Signore e andare avanti”.
Poche settimane dopo, sul National Catholic Register, il cardinal Gerhard Müller ha messo in guardia dai possibili fraintendimenti dell’argomentare papale, ribadendo che tra cattolici e protestanti “c’è una diversa comprensione della Chiesa”. Anche il cardinal Robert Sarah, prefetto del Culto divino, ha corretto il pontefice: “Non è una questione di seguire la propria coscienza”; l’Eucaristia è solo per i cattolici. E il vescovo kazakistano Athanasius Schneider è stato preciso, affermando che la Chiesa deve essere “assolutamente chiara con i protestanti, non nascondendo nulla”. Neppure al papa, le cui opinioni si possono contestare, perché non bisogna esagerare con l’infallibilità pontificia.

COMUNIONE (QUASI) PER TUTTI

Il caso non è chiuso e, senza scalare le impervie pareti della teologia, qualcuno ha tirato di par suo le conclusioni pratiche. E’ successo il 19 gennaio. Dopo un’udienza col papa, una delegazione di luterani finlandesi è scesa in basilica e ha partecipato alla messa in San Pietro, dove qualcuno si è accostato alla Comunione. Che fossero luterani ai preti che celebravano era evidente – come ha riferito l’agenzia di stampa Kotimaa24. Immediata l’esigenza di una precisazione del portavoce della Chiesa cattolica finlandese, che ha definito “un errore” l’episodio, chiarendo che una cosiddetta “nuova mentalità” di Francesco non è una modifica della dottrina sull’Eucarestia.
Intanto Francesco ha voluto dare anche una spinta per così dire “plastica” al carattere ecumenico del suo pontificato: la nomina di un pastore protestante suo amico, Marcelo Figueroa, a direttore della nuova edizione argentina de L’Osservatore Romano. Tanto per farsi capire bene.
Così c’è chi si attende una rivoluzione dal viaggio francescano della prossima settimana. Intervistato da CruxWilliam Kenney, vescovo ausiliare di Birmingham, ammette che Bergoglio a Lund potrebbe aprire le porte all’intercomunione. Non un’Eucaristia per tutti – rileva il monsignore, uomo chiave del dialogo cattolico-luterano – ma in determinate circostanze sì, come ad esempio nel caso degli sposi in matrimoni misti. “Sarebbe un grande gesto”, commenta Kenney. Un’auspicio rivoluzionario, che gli ambienti più tradizionalisti sospettano si realizzi e temono, vista la ben nota “impazienza” di Francesco sui temi del dialogo ecumenico e la grande cordialità mostrata verso il mondo protestante.

UNA COMMEMORAZIONE ATTESA, NON SCONTATA

Il viaggio in Svezia di Francesco per l’avvio del giubileo della Riforma si esaurirà in due giorni: il primo dedicato a una celebrazione ecumenica, in ricordo del 31 ottobre 1517 quando il monaco agostinano affisse le sue 95 tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg, e il secondo a incontrare la piccola minoranza cattolica del Paese (appena l’1,5 per cento della popolazione). Ma quella commemorazione comune non era così scontata. Preparato a lungo, il viaggio avrà come culmine il servizio religioso basato sul recente ordinamento liturgico della Preghiera Comune cattolico-luterana, elaborato da un gruppo di lavoro misto, introdotto dalla Federazione luterana mondiale (segretario Martin Junge) e il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani guidato dal cardinal Kurt Koch. Un testo che ha creato non pochi mal di pancia negli ambienti più conservatori, che lo giudicano sbilanciato nell’esaltazione di Lutero. Con passaggi come “I cuori dei luterani sono pieni di gratitudine per quanto Lutero e gli altri riformatori hanno reso loro accessibile” o “Il cammino ecumenico rende i luterani e i cattolici capaci di valorizzare insieme le intuizioni di Martin Lutero”.
Prima ancora che il viaggio fosse così definito, era stato lo stesso Müller ad avvertire del pericolo di una deriva protestante nella Chiesa. Il cardinale lo ha fatto un anno fa parlando ai vescovi del Cile. E in un libro intervista uscito in marzo, “Informe sobra la esperanza”, il prefetto tira il freno: “Noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare l’inizio della Riforma che portò allo scisma della cristianità occidentale”. Ben prima, anche il cardinal Koch disse alla Frankfurter Allgemeine che il papa non si sarebbe recato in Germania nel 2017: “L’aspirazione di Lutero non è riuscita”. Ma era il 2012, papa regnante, Benedetto XVI. Francesco non andrà in Germania, ma a Lund sì. E non sarà un semplice incontro con la chiesa luterana svedese, ma con l’intera Federazione luterana mondiale. In era francescana, Koch usa ben altre parole, come quelle sottoscritte del documento Dal conflitto alla comunione firmato da una commissione cattolico-luterana. Due passaggi: “Nel 2017 dobbiamo confessare apertamente che siamo colpevoli dinanzi a Cristo di avere infranto l’unità della Chiesa” e “Il programma riformatore di Lutero costituisce una sfida spirituale e teologica sia per i cattolici sia per i luterani del nostro tempo”.

PROBLEMI SOTTO IL TAPPETO

Cosa ne scaturirà per il cammino ecumenico dalla commemorazione del 31 ottobre lo diranno le cronache. Di fatto sono definitivamente affossate le aspirazioni espresse dallo stesso Kock e poi rilanciate da Müller, di estendere all’universo luterano l’esperienza dell’ordinariato anglicano voluto da Benedetto XVI nel 2009, per accogliere chi desidera ricongiungersi alla comunione con Roma mantenendo alcuni usi e liturgie del patrimonio spirituale anglicano. Già da arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio non sembrava guardare con simpatia all’esperienza, confidando a un primate anglicano che la “Chiesa ha bisogno di voi come anglicani”.

L’ECUMENISMO DELLA CARITÀ

L’ecumenismo di Francesco si concentra dunque sulla possibilità di lavorare con i protestanti sul fronte della carità. Ma, almeno per i valdesi, l’aspetto della carità non sembra essere sufficiente di fronte all’urgenza del secolarismo. In un dialogo a due uscito su Riforma.it, nell’agosto 2015, i pastori Paolo Ricca e Giorgio Tourn così si esprimevano: “La malattia è che siamo tutti volti al sociale, cosa sacrosanta, ma nel sociale esauriamo il discorso cristiano, fuori da lì siamo muti […] La testimonianza dell’amore fraterno con la diaconia non porta automaticamente a conoscere Cristo”. Recentemente Ricca ha corretto il tiro: il viaggio di Francesco in Svezia è un grande passo, di un papa che considera la Riforma “un evento positivo nella storia della Chiesa”, qualcosa “che ha fatto bene anche al cattolicesimo”.
Sono passati cinquecento anni da quando Paolo Sarpi definiva il concilio di Trento, quello della Controriforma, “l’Iliade del secolo”. Lutero sembra sempre più avere buone credenziali per presentarsi come l’Achille che assedia la cittadella cattolica. Non più come eretico, ma da riformatore.

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