Il commento dello storico Massimo Teodori

La visita del premier Matteo Renzi al presidente Barack Obama il 18 ottobre si svolge all’insegna della “relazione speciale” che connota il rapporto tra Italia e Stati Uniti. Una relazione speciale in cui si intrecciano una molteplicità di fili che riguardano non solo la politica estera, l’economia e il militare, ma investe anche la società statunitense e i rapporti culturali sviluppatisi dal secondo dopoguerra.

L’Alleanza atlantica e le basi Nato e Usa in Italia non sono state mai messe in discussione. Ieri erano la prima linea sul fronte sovietico, ed oggi hanno acquisito l’importanza di baluardo euroatlantico nella crisi del Mediterraneo, in particolare rispetto alla Libia, uno degli anelli fragili di grande interesse per l’Italia in ragione delle risorse energetiche e delle migrazioni.

Nei rapporti transatlantici, occorre tenere conto anche di un altro filo che lega gli Stati Uniti all’Italia. La nostra emigrazione, che tra Ottocento e Novecento ha contribuito alla formazione della società multietnica, esprime oggi significativi segmenti della classe dirigente politica ed economica oltre che dello spettacolo.

Basta ricordare i nomi dei sindaci e governatori di New York, Mario e Andrew Como, Rudy Giuliani e Bill De Blasio, della ex speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, e dei giudici supremi Samuel Alito e Anthony Scalia, per comprendere come gli Italiansnon sono più soltanto “pizza e mafia”.

L’ENDORSEMENT DI OBAMA A RENZI

Il presidente Renzi arriva a Washington con l’onore della “cena di Stato” alla Casa Bianca. Più volte l’Amministrazione democratica ha manifestato l’endorsement per l’attuale governo. Nell’aprile 2015 Obama dichiarò di essere “impressionato dall’energia di Renzi e dalla sua volontà di sfidare lo status quo”, complimento che era stato già espresso nel G20 del marzo 2014.

Al di là delle dichiarazioni d’occasione a favore dell’“alleato fedele”, l’apprezzamento per Renzi nasce dalla valutazione che il suo governo ha portato stabilità istituzionale nel travaglio della politica italiana, un valore che per Washington è il primo che deve avere un alleato in posizione geopolitica sensibile in tempi di scomposizioni internazionali.

Ed è proprio in questa ottica che va interpretata la dichiarazione dell’ambasciatore John Phillips contro l’incertezza che potrebbe seguire la bocciatura del referendum costituzionale.

CENA DI STATO, I TEMI IN TAVOLA 

I più importanti dossier sul tavolo del prossimo vertice Italia-Usa riguardano il Mediterraneo, l’Europa di fronte alla Russia, il commercio e gli investimenti. La politica estera di Obama è stata tesa, se pure tra ondeggiamenti, alla progressiva riduzione degli impegni militari sui teatri europeo e mediorientale a favore di un maggiore dislocamento di risorse nell’Asia sud-orientale.

In generale il presidente ha promosso una strategia internazionale incentrata sulla trattativa e sulla leadership esercitata più con la diplomazia del soft power che non dell’hard power, ed ha abbandonato la filosofia degli Stati Uniti come “gendarme del mondo” che per anni ha guidato l’interventismo internazionale di Washington.

Da tempo l’Amministrazione statunitense richiede un maggiore impegno militare degli alleati Nato e in particolare una larga disponibilità italiana sul fronte libico. Per ora l’Italia ha risposto con l’invio di 100 medici protetti da un piccolo contingente di parà non combattenti.

Pertanto è possibile che la Casa Bianca avanzi nuove richieste in tal senso – anche se non sappiamo cosa farà il nuovo presidente -, e spinga per più decise sanzioni alla Russia come risposta all’aumentata aggressività di Vladimir Putin.

Obama avrebbe voluto portare a compimento i due trattati di liberalizzazione commerciale, oltre all’area del Pacifico (Ttp), anche in quella d’Europa (Ttip). A fine mandato appare però improbabile che il progetto vada in porto per cui l’America potrebbe volere sviluppare rapporti commerciali più aperti con i singoli Stati con la dilatazione dei vincoli dei trattati europei in cambio di maggiori investimenti.

La “cena di Stato” alla Casa Bianca potrebbe avere anche un altro risvolto. L’8 novembre andranno alle urne alcune decine di milioni di cittadini statunitensi di discendenza italiana che, dopo una originaria fedeltà democratica, hanno rivolto in parte le loro preferenze verso i repubblicani.

L’immagine dei buoni rapporti con la “madrepatria” potrebbe stimolare l’indicazione democratica patrocinata dal presidente, soprattutto negli Stati come New York e Pennsylvania dove più significativa è la presenza delle nostre comunità.

Articolo tratto da Affari Internazionali

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