L'analisi di John Shehata

Chiunque si occupi di Egitto non può non chiedersi cosa sia cambiato dal marzo del 2015 – quando l’Egitto invitata a Sharm el Sheik i più alti rappresentanti del mondo dell’economia e della finanza per proporre nuovi investimenti volti ad incentivare lo sviluppo del Paese – alle scorse settimane che hanno visto una drastica svalutazione della lira egiziana ed un taglio (parimenti drastico) dei sussidi per l’acquisto di beni e servizi essenziali.

La risposta (rectius: le possibili risposte) non può certamente trascurare un elemento essenziale e cioè che, dalle primavere arabe in poi, l’Egitto ha tentato – non senza le difficoltà dettate dal clima di incertezza interno ed internazionale – di intraprendere un percorso di stabilizzazione sociale e politica che permettesse ad una delle tre economie più importanti dell’Africa (con Nigeria e Sud Africa) una ripresa graduale e costante, ma che tale tentativo non ha portato a risultati tangibili nel contesto internazionale: ciò anche alla luce del calo del prezzo del petrolio, che ha portato i paesi dell’area del Golfo a rivedere per difetto il loro sostegno finanziario al Governo del Cairo.

Da qui – per arrivare per l’appunto alle ragioni di quanto avvenuto negli ultimi mesi – la negoziazione intrapresa dal Presidente Abd al-Fattah al-Sisi, come già fece con buoni risultati Mubarak negli anni ’90 e nel 2000, con il Fondo Monetario Internazionale per l’erogazione di un finanziamento di 12 miliardi di dollari in tre anni per sostenere lo sviluppo economico del Paese (se non già per evitarne il tracollo).

Il ricorso al Fondo Monetario Internazionale ha però imposto l’adozione di politiche di austerità: gli shock economici che si sono vissuti in questi giorni al Cairo non sono altro che l’effetto, necessario e prevedibile, degli interventi di riforma richiesti da Christine Lagarde al Presidente Al-Sisi per garantire a questi la liquidità necessaria a traghettare il Paese fuori dalla crisi.

È dunque in adesione alle raccomandazioni dell’IMF che, il 3 novembre scorso la Banca Centrale Egiziana, ha anzitutto deciso di eliminare il rapporto di cambio fisso tra il dollaro e la valute locale, deprezzando così la lira egiziana e conseguentemente incidendo sul relativo potere di acquisto (con un sensibile impatto sulla possibilità di approvvigionamento dall’estero di materie prime, alimenti di prima necessità e medicinali). A ciò si sono aggiunti il taglio drastico dei sussidi su beni essenziali – in primis il carburante – e l’introduzione dell’imposta sul valore aggiunto nella misura del 13%: misure, queste, cui plausibilmente seguiranno (sempre in adesione alle condizioni richieste dal Fondo Monetario Internazionale) il taglio e la razionalizzazione della spesa pubblica e del pubblico impiego (con tutti gli effetti che ne deriveranno su una popolazione – quale quella egiziana – in larga parte impiegata dallo Stato).

Va però segnalato che quello che appare come un quadro drastico e negativo della situazione egiziana presenta in realtà già alcuni positivi elementi che contribuiscono a bilanciare gli effetti immediati delle misure imposte dall’IMF: l’abolizione del cambio fisso tra lira egiziana e dollaro, infatti, attribuisce alla moneta egiziana un fair value rispetto alle dinamiche di domanda ed offerta in libero scambio e contribuisce a raccogliere sul mercato valuta pregiata sì da ridurre drasticamente gli scambi di valuta su mercati paralleli e non tracciati. A ciò si aggiunga che gli istituti di credito, proprio per effetto delle circostanze appena descritte, hanno già portato gli interessi attivi sui depositi in conto corrente in valuta locale ad oltre il 15% annuo, sì da bilanciare gli effetti dell’accesa inflazione e che il Governo, dal canto suo, si è già attivato per il risanamento delle casse dello Stato anche attraverso degli introiti (circa 1.5 miliardi di dollari) derivanti dall’assegnazione – con bando pubblico – di 3 frequenze 4G.

Anche alla luce di ciò, gli investitori istituzionali sembrano, per quanto lentamente, riprendere confidenza nelle prospettive di crescita del Paese: la Cina ha concesso all’Egitto un finanziamento per circa 3 miliardi di dollari e si è sostituita agli investitori dell’area del Golfo nella realizzazione della nuova capitale ed il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, già a settembre – durante un meeting a New York – ha espresso il proprio sostegno al Presidente egiziano.

Sicuramente, l’Egitto ha ancora molti fronti aperti prima di poter essere protagonista di una concreta ripresa economica in linea con le attese di Sharm El Sheik: primo tra tutti quello relativo all’instabilità (interna ed esterna) connessa rispettivamente ad una popolazione giovane, senza lavoro e spesso in stato di inedia e ad un contesto politico regionale di forti conflitti, in atto e potenziali. in Libia, in Sudan, nello Yemen e nella vicina Siria.

Le riforme strutturali non si fanno con i proclami. In quanto contesto, le regole e la disciplina imposti dall’IMF non potranno che migliorare, nel lungo periodo, la situazione economica del Paese: ma perché il meccanismo funzioni davvero, però, sarà necessario tornare ad investimenti esteri diretti che, producendo in loco e impiegando la popolazione locale, permettano la rinascita sociale del paese e la ripresa del mercato interno. Solo così si riuscirà a mantenere il Cairo stabile ed a partecipare ad una rinascita di un Paese che può verosimilmente auspicare al ruolo di leader politico ed economico dell’Africa.

John Shehata, coordinatore dell’attività su Africa e Medio oriente al Nibi

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